L’angelo custode

 

 

Il nostro primo incontro avvenne in un caldo pome­riggio di inizio di settembre. Con piede fermo, tradito solo dai sussulti dell’anima, mi trovai in pochi minuti a salite le scale di un condominio popolare alla periferia della città. Al terzo piano viveva una donna minuta di mezza età, di qualche anno più giovane di me. Mi fece entrare nella sua casa senza esitazione, come si accoglie un ospite atteso. Quella totale, assoluta disponibilità mi sorprese. In fondo, pensai, non ci conoscevamo, non ci eravamo mai mcontrate prima. Sentivo così sciogliersi lentamente dentro di me quella tensione, quel misto di attesa e timore, che ti invade ogniqualvolta entri all’im­provviso nella vita di un malato di cancro, ma che in me quel pomeriggio era ancora più forte. Ero alla mia pnma esperienza.

Emma mi raccontò subito della malattia. Da sette mesi lottava contro un cancro alla laringe. Furono questi i primi dialoghi di un rapporto destinato a durare undici mesi e che con il tempo si sarebbe fatto sempre più comvolgente. Le facevo visita due volte alla settimana per due ore. A poco a poco mi accorsi che la mia pre­senza era diventata indispensabile. Le assenze, anche soltanto per una giornata, le provocavano immaginari e improvvisi peggioramenti fisici. E quando fu costretta a sottoporsi alle sedute di chemioterapia per arginare l’avanzata del cancro, mal tollerava il mio interessamen­to verso gli altri malati. Per Emma il rapporto si era fatto intenso. E un giorno rivolgendosi a me disse: «Sei la mia dama di compagnia.»

Il nostro rapporto — e qui per me, ad anni di distanza, sta tutta la sua intensità — non era influenzato tanto dalla malattia, con la quale comunque ogni giorno eravamo costrette a scendere a patti, ma dalla lenta catarsi di Emma.

Emma si era trasformata, si stava trasformando. Nel corso della malattia e del nostro rapporto. Viveva in quella casa con un uomo a! quale era legata in matrimo­nio da diversi anni e con una figlia undicenne. Ma il suo passato nascondeva molto di più. Una vita vissuta ai margini che le aveva concesso esperienze a tinte fosche e le aveva dato altre tre figlie, tutte maggiorennt, avute da uomini diversi. Un passato del quale venni a cono­scenza soltanto dopo la sua morte, attraverso i ricordi delle figlie. Perché con me Emma si era spogliata del suo passato. A cinquantadue anni, malata di un cancro che — sapeva — non le avrebbe concesso tanti mesi di vita, aveva iniziato una catarsi che non si sarebbe inter­rotta neppure nei momenti più acuti e devastanti del dolore e del decadimento fisico. Con me Emma si era sempre dimostrata discreta, di una straordinaria sensibi­lità, sempre pronta a chiedermi meno di quanto io po­tessi darle. Un esempio di dignità e forza di volontà. E tutto questo strideva con il suo passato.

Ora mi chiedo se non sia accaduto che, proprio in questo rapporto di rispetto, & fiducia, di amore gratui­to, che probabilmente mai nella sua vita aveva provato, Emma abbia colto l’occasione per esprimere un sogno, per dare voce a quelle risorse interiori in attesa da una vita, tradite da un percorso deviato.

L’assistenza oramai era sfuggita a qualsiasi regola. A qualsiasi orario. Per mesi mi alzai alle sei per accompa­gnarla alle sempre più frequenti sedute di chemioterapia in ospedale. Le sue condizioni si andavano aggravando. E tanto più la malattia avanzava, tanto più rigorose era­no la cura e l’attenzione che Emma dedicava al suo aspetto fisico. Come scordare quel rossetto rosso fuoco che si dipingeva sulle labbra, distesa su un letto di ospe­dale, quando ormai ogni espressione, ogni angolo del suo corpo sembravano già appartenere alla morte.

Una morte con la quale Emma ha sempre voluto lot­tare alla pari. Non le si concesse mai. Non lo fece quan­do le venne chiesto di raccontarsi a una trasmissione televisiva di una rete nazionale. Pur consapevole del ri­schio che riemergessero storie del suo passato, non si negò e parlò di se. quel 10 marzo, a chiese di festeggia glia in una discote casione ci vestimm uno da pierrot lei. ultime del nostro tardi Emma venne

Non si concesse alla morte neppure cinque mesi dalla fine, quando mi re il suo compleanno insieme alla fi­ai, a una festa di carnevale. Per l’oc­o in maschera. Un abito da clown io, Scattammo alcune foto. Le prime e rapporto. Soltanto cinque giorni più ricoverata e sottoposta a una tracheo­tomia. I dialoghi si diradarono, le parole lasciarono il posto a un codice segreto fatto di gesti e di sguardi. Fino all’ultimo, quando non aveva più nulla di umano, quan­do era già in coma, ho avuta chiara la sensazione che Emma si accorgesse della mia presenza e me lo dimo. strasse con impercettibili aggrottamenti della fronte. Quando ancora c era spazio per le parole mi disse:

«D’ora in poi da lassù sarò io il tuo angelo custode.»

Alla morte Emma si concesse solo il 12 agosto, in un tardo pomeriggio, in un letto di ospedale.