Commentary by Marta Mazza

In Dangira’s works a concept of functionality is the underlying principle. She does not reduce art to the contingencies of life, or to mere furnishings. One might make the mistake of thinking she does, seeing her simple bowls, vases, her teapots indeed. But similar arguments could be raised in connection with the leading lights of the Bauhaus movement – with whose inventions, absolutely artistic in essence, and whose awareness of design aesthetics we’re still coming to terms, more or less consciously, every day.

And at the same time, this Lithuanian artist exploits her own intimate understanding of the raw materials of her work, an understanding that proceeds from long experience and from a lengthy process of familiarization with the techniques of pottery, which can only happen when technical control is complete. Yet equally she shows herself ready to welcome in her formal processes the possibilities of anomaly, of surprising effects of colour or texture.

Particularly in her command of the antique oriental art of Raku pottery, Dangira encourages clay to transform itself – to take on the shine of metal and the colouristic changeability of oleaginous substances. In this she underlines the necessity of rooting herself in the past, in distant experience, not in showing off or playing games of prestige.

 

 

 

 

La critica   di Marta Mazza

 

La natura e l’intelligenza, dunque.

     Nelle opere di Dangira la loro relazione si riassume nel concetto di funzione, ovvero in quella struttura non casuale degli oggetti che l’esperienza collettiva ha messo a punto nel tempo e cui l’esperienza soggettiva, dell’artista, conferisce un valore formale, una qualità.

     Non è, quella di Dangira, una proposta di riduzione dell’arte alla contingenza della vita, alla suppellettile. Lo si potrebbe obiettare, certo, vedendo qui dei semplici piatti, dei vasi, una teiera addirittura …; e però questa era la critica mossa anche ai protagonisti del Bauhaus, con le cui invenzioni, assolutamente artistiche, e con la cui consapevolezza progettuale facciamo ancora i conti, più o meno consapevolmente, ogni giorno.

     E’ semmai, quella dell’artista lituana, una proposta di valorizzazione di quella conoscenza profonda della materia che deriva solo da una lunga convivenza, da quella familiarità cui consegue da una parte il dominio tecnico e insieme, d’altro canto, anche la disponibilità ad accogliere nel processo formativo l’anomalia, l’evento casuale, la sorpresa cromatica o tattile.

     Con l’antica lavorazione orientale del Raku, in particolare, Dangira lascia che la ceramica si trasformi assumendo le luminescenze dei metalli e la policromia cangiante delle sostanze oleose e ribadisce la necessità di radicarsi nel passato, nell’esperienza remota, in quei trascorsi paradigmatici in cui l’artificio era sapienza, non gioco di prestigio

 

 

 

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