Turf

Era ormai l'ultimo giorno di apertura della mia mostra a Venezia intitolata No roots (Senza radici) ed io ero stanco ma contento per tutte le emozioni provate durante la settimana di apertura.
Ogni persona che entrava era un'incognita, si sarebbe fermata a parlare con me? Le sarebbe piaciuto il mio lavoro, il mio essere insomma?
Nelle prime ore del pomeriggo entrò uno strano tipo, piuttosto anziano, giacca e cravatta, vestito un po' liso, nero, addirittura sgualcito, una seggiola portatilepieghevole nella mano destra e un sacchetto di plastica della spesa in quella sinistra.
Pensai che fosse un vecchio della casa di riposo o un poveraccio che avesse bevuto un po' troppo, dato che si soffermava a lungo ad ogni quadro e che leggeva con attenzione le mie poesie.
Ad un certo punto si avvicinò al tavolo dove io, seduto, disegnavo per passare il tempo e mi si rivolse in inglese con accento americano.
Si chiamava Turf, era di New York ma abitava a Berlino. Lui tracciava piccoli disegni su di un taccuino intingendo il pennino di una stilo in un calamaio che teneva in saccoccia e stendendo l'inchiostro con il retro del pennino.
Più che disegni erano schizzi o ancor meglio, tratti dell'inconscio. Lui mi disse che regalava i suoi disegni ai bambini o li scambiava con qualche caramella, che le sue mostre le faceva sui battelli di Venezia o nei bar dato che in pochi secondi poteva preparare una personale portatile!
Le sue sue lunghe dita affusolate come aghi di una stampante andavano su e giù per il taccuino, fissando volti e immagini di ciò che lo circondava.
Ma quello che mi colpì maggiormente fu il crocefisso in fil di ferro che tirò fuori dal sacchetto di plastica. Era avvolto in carta di giornale, era arte povera davvero, ma che arte! C'era in quella scultura un armonia, una sofferenza tutta la storia dell'umanità raccontata con del fil di ferro…
Mi parlò, prima di andarsene, di una certa signora Cecilia Glinz, sua compagna a Berlino, la quale era una traduttrice di films, faceva parte della redazione berlinese di una rivista di poesia e che sicuramente avrebbe avuto piacere di conoscermi. La conobbi, infatti, una sera che venne a casa mia a S. Maria Formosa.
Al telefono mi disse: ci vediamo in campo alle 8,30. E per riconoscerla, feci io? Oh, non c'è problema, rispose, sono la Klassika signora tetesca con vestito a fiorellini e cappellino. Quando la vidi capii subito che era lei. Era molto malata, ma conservava lo spirito di una bambina curiosa a cui piaceva da morire tutto quello che riguardava l'arte.
Una volta mi invitò a tenere un concerto e una mostra a Berlino, il giorno di Pasqua di non ricordo più quale anno… La cosa mi attraeva, ma ero solo, senza band e così rinunciai, ci rimase tanto male, povera Cecilia.
Un giorno mi arrivò dalla Germania una lettera listata a lutto: la famiglia di Cecilia mi avvisava della sua morte.
Il disegno che qui potete vedere è l'unico che mi resti di Turf ed era una fotocopia sul cui retro Cecilia e Turf avevano scritto gli auguri di Buon Natale.


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