LA RELIGIOSITA’ INFANTILE
di G.S.
1.1 INTRODUZIONE
Si può parlare di vera e
propria “religiosità” nel bambino? Questo è l’interrogativo che ha appassionato
diversi studiosi.
Tra gli autori non vi è unanimità
di opinioni: un primo gruppo (Castiglioni, Gemelli) nega tale ipotesi, un
secondo gruppo (Bovet, Godin) invece è propenso ad ammetterla.
I vari studiosi comunque,
indipendentemente dalle posizioni, sono concordi nell’attribuire alla
Religiosità Infantile alcune caratteristiche:
1) è irriflessa e imitativa
2) è egocentrica
3) è antropomorfica
4) è magica
Per affrontare e analizzare
il tema della Religiosità Infantile, lo studioso di psicologia religiosa ha a disposizione
due tipi di metodi. Da una parte egli può usare l’osservazione libera, il
colloquio clinico e tutta una serie di tecniche di studio di elaborazioni
infantili spontanee e semispontanee che possono essere collocate a “metà
strada” fra l’osservazione e il colloquio clinico.
D’altra parte ha a
disposizione anche delle tecniche più raffinate. Opportuni adattamenti,
infatti, possono rendere le scale di atteggiamento, il “Q-sort” e il
“Differenziale semantico”, utili per studiare anche la psicologia religiosa
infantile.
1.2 I PRIMI METODI
Le prime osservazioni sulla
religiosità infantile sono state ricavate indirettamente dall’esame di soggetti
adulti.
Inoltre sono stati usati dei
metodi che hanno un’importanza, solo storica e che non possono più essere usati
per un serio studio della psicologia infantile.
Si può innanzitutto
ricordare il metodo dei “ricordi d’infanzia”. Hall, Bovet, James, ad esempio,
servendosi di domande dirette, di questionari, di lettere, di diari,
esaminarono i ricordi di adolescenti e di adulti. Essi, quando usavano domande
dirette e questionari, facevano una sede di domande agli adulti per poter
sapere quando e come essi avessero pregato per la prima volta, avessero pensato
a Dio, avessero dei rimorsi per un peccato, ecc.
Un posto particolare,
infine, spetta all’esame di alcuni sordomuti: D’Estrella, Ballard, Keller.
Quasi sempre gli studiosi si servirono dei diari di questi sordomuti fin dalla
nascita per dimostrare che il sentimento religioso è spontaneo e che l’idea di
Dio nasce nell’uomo indipendentemente dall’istruzione esterna.
Tutti questi studi,
purtroppo, hanno una scarsa validità e possono portare a delle conclusioni
azzardate e a volte errate.
Si può, almeno in parte,
porre tra i primi metodi anche lo studio dei soggetti adulti in terapia per
ricavarne notizie utili sulla religiosità infantile. E’ questo un metodo che
offre un po’ più garanzie di quello precedente, ma è pur sempre un metodo
basato sui ricordi ed indiretto, perché non esamina direttamente il bambino. Inoltre
i soggetti esaminati fanno parte di un campione particolare e la
generalizzazione è sempre un po’ azzardata.
Vi è infine il metodo
introspettivo, tipico in psicologia religiosa soprattutto del Girgensohn e del
Gruehn. E’ ormai un metodo abbandonato dalla psicologia. In particolare, esso
non è possibile con i bambini.
1.3 OSSERVAZIONE DIRETTA, QUESTIONARI, METODO
CLINICO.
Alcuni studiosi non si
accontentarono dei ricordi degli adulti, ma vollero esaminare direttamente il
bambino.
Il primo modo di esaminare
il bambino è per mezzo dell’osservazione pura. Si possono, in particolare,
esaminare i comportamenti, i discorsi, le domande, gli scritti, i disegni
infantili. E’ certo che ogni ricerca infantile
deve prendere spunto
dall’osservazione diretta e deve verificare per mezzo di essa le proprie
ipotesi, ma è anche vero che l’osservazione diretta, da sola, si è rivelata
insufficiente per lo studio della psicologia infantile. In primo luogo questo
metodo è particolarmente faticoso e i risultati a cui esso permette di
pervenire sono sproporzionati rispetto al tempo e all’energia spesa. E’ infatti
molto difficile riunire, in questo modo, una serie di dati abbastanza
esauriente per poterne ricavare delle osservazioni sufficientemente indicative.
L’osservazione pura, inoltre (come dice Piaget), presenta anche gravi
inconvenienti sistematici. In primo luogo un serio ostacolo è rappresentato
dall’egocentrismo infantile, che induce il fanciullo a non comunicare il suo
pensiero. Egli non comunica certe cose perché presume che esse siano già
conosciute dall’adulto. Un secondo inconveniente che ostacola l’osservazione
pura è la difficoltà di distinguere il fantastico dal reale, il gioco dalla
credenza.
Più produttivo è sembrato lo
studio della religiosità infantile per mezzo di questionari (Clavier,
Castiglioni). Tuttavia anche questa tecnica presenta un grave difetto, cioé il
difetto di falsare l’orientamento mentale del bambino che si interroga, o per
lo meno, rischiare di falsarlo, trascurando così gli interessi spontanei e le
iniziative originarie del bambino.
Un breve cenno meritano
anche i tentativi di studiare le produzioni
semispontanee del bambino.
Con questo metodo si cerca di stimolare il bambino a produrre con una relativa
libertà per esaminare poi queste produzioni (ad esempio il metodo dei disegni infantili
eseguiti su un tema prefissato). Anche questo metodo, tuttavia, può offrire
più delle indicazioni interessanti che dei dati esaustivi.
Buone garanzie sembra
offrire, a questo proposito, il metodo clinico. Questo metodo fu introdotto da
Piaget nel 1926 per i suoi studi sulla rappresentazione del mondo nel bambino.
La prima regola è che si deve partire dalle domande spontanee del bambino per
ricavare i temi e le formulazioni più adeguate per iniziare e condurre il
colloquio. Una volta iniziato il colloquio, l’abilità dello sperimentatore
consiste soprattutto nel raggiungere contemporaneamente due finalità
apparentemente opposte. Da una parte, infatti, egli deve prendere spunto dalle
affermazioni del bambino per condurlo verso alcune zone critiche, verso alcuni
argomenti fondamentali, per poter avere delle affermazioni che avvalorino o
smentiscano le sue ipotesi; dall’altra, egli deve parlare poco, per poter
lasciare al bambino la possibilità di parlare il più liberamente possibile.
Piaget, per meglio analizzare i protocolli, distingue cinque tipi di reazioni
da parte del bambino: la risposta
“purchessia” (quando il bambino risponde a caso, non importa cosa);
la fabulazione
(quando il bambino risponde alla domanda inventando una storia);
- la credenza suggerita (quando il bambino non
riflette e cerca semplicemente di accontentare l’esaminatore);
- la credenza provocata (quando il bambino
risponde con riflessione, traendo la risposta dal proprio intimo);
- la credenza spontanea (quando il bambino non
ha bisogno di ragionare per rispondere a una domanda, ma può dare una risposta
pronta perché già formulata).
Il ricercatore dovrà
scartare i primi tre tipi di risposta e basarsi sulle ultime due.
1.4 TECNICHE PROIETTIVE
La tecnica proiettiva
consiste nel porre il soggetto davanti ad un materiale più o meno informe
(perciò interpretabile), invitandolo ad organizzare e strutturare quel materiale
(cioé ad interpretarlo). Dai dati forniti dal soggetto si cerca poi di ricavare
il suo modo abituale di affrontare la realtà; in altre parole, dalle sue
risposte si ricava una diagnosi del suo carattere e della sua personalità.
Sono inoltre da considerare
come tecniche proiettive anche le tecniche di indagine della personalità per
mezzo dell’analisi di disegni (test
dell’albero, della famiglia, della persona, del villaggio,
ecc.).
Alcuni studiosi hanno
cercato di applicare queste tecniche anche allo studio della psicologia
religiosa. Purtroppo i risultati sono stati abbastanza limitati o difficili da
interpretare. L’unica eccezione è costituita, forse, dalle immagini proiettive
religiose di Godin e Coupez, ma purtroppo è una tecnica che è stata usata solo
per adulti ed adolescenti e infatti essa non è applicabile ai bambini perché
darebbe risultati poco attendibili o insignificanti.
1.5 MISURA DEGLI ATTEGGIAMENTI, DIFFERENZIALE
SEMANTICO E Q-SORT.
Alla ricerca di metodi più
obiettivi, alcuni studiosi hanno cercato di usare anche in psicologia religiosa
le scale di misura degli atte2giamenti, elaborate secondo le indicazioni
metodologiche del Likert.
La costruzione di una scala
secondo le indicazioni di questo studioso prevede che in primo luogo si raccolgano
molte affermazioni relative all’atteggiamento in esame badando particolarmente
che esse lo abbraccino esaurientemente Alcune ditali affermazioni (o”itern”)
devono essere espresse in modo positivo, altre in modo negativo. La scala
provvisoria costituita da tali item viene poi somministrata a un campione
rappresentativo dei soggetti che verranno considerati in seguito, in modo da
eliminare gli item meno discriminanti.
Si misura quindi a “fedeltà”
(una scala è fedele se in più somministrazioni in tempi diversi dà lo stesso
risultato) e la “validità” (una scala è tanto più valida quanto più essa misura
ciò che effettivamente si intende misurare). La scala (se valida e fedele)
viene presentata al soggetto, il quale deve valutare i singoli item secondo cinque
categorie, a seconda che sia completamente d’accordo, abbastanza d’accordo,
indeciso, abbastanza in disaccordo o completamente in disaccordo. A tali
categorie viene attribuito il punteggio 5,
4, 3, 2, 1 se l’item consiste in una affermazione favorevole
all’atteggiamento in esame e il punteggio inverso se consiste in una
affermazione sfavorevole.
Ogni singolo soggetto viene
quindi collocato in una certa posizione lungo un continuum (indicante la
qualità e l’intensità del suo atteggiamento nei confronti di un particolare
oggetto) che va da un atteggiamento nettamente favorevole ad un atteggiamento
nettamente sfavorevole a seconda del punteggio totale da lui conseguito.
Un esempio di scala di
atteggiamenti di questo tipo è quella elaborata dal Patifio per i bambini belgi
per conoscere cosa pensavano di Dio. Relativamente alla validità della scala il
Patifio pensò che essa fosse assicurata dal fatto che la valutazione
dell’atteggiamento dei bambini di fronte a Dio era compiuta mediante materiale
fornito dai bambini stessi e
rispondenti. In ogni pila
deve essere disposto un numero prefissato di cartoncini, in modo da facilitare
i calcoli statistici. Per 60 cartoncini, ad esempio, si può richiedere questa
distribuzione:
Giudizi più
rispondenti
Giudizi meno rispondenti
Pile 1 2 3 4 5 6 7 8 9
N.cartoncini 1 2 6 12 18 12 6 2 1
Per quanto riguarda la
psicologia religiosa, si può portare come esempio di una ricerca di questo tipo
quella condotta da Nelson e Jones.
Questi studiosi hanno
elaborato 60 proposizioni, formulate tutte in modo tale da completare ciascuna
delle frasi seguenti: “Quando penso a Dio, io...”; “Quando penso a Gesù,
io...”; “Quando penso a mio padre, io...”; “Quando penso a mia madre, io...
Le proposizioni furono
stabilite in modo tale da descrivere dei sentimenti che si estendessero da un
estremo positivo fino ad un estremo negativo. Ecco alcune proposizioni: “...ho
il sentimento di essere compreso”; “...sento che si tratta di qualcuno che a
volte mi ama e talvolta non mi ama”; “...non mi sento sempre accettato”. Furono
usate 9 pile e furono esaminati 16 soggetti adulti.
In psicologia religiosa è
stata usata anche la tecnica del Differenziale semantico di Osgood.
Questa tecnica è stata
creata per misurare il significato dei concetti.
L’analisi del significato
dei concetti può essere compiuta mediante alcune scale di aggettivi bipolari,
lungo le quali il soggetto può giudicare il concetto considerato. Un esempio di
scale bipolari potrebbe essere il seguente:
1 2 3 4 5 6 7
buono ... ... ... ... ... ... ... cattivo
Se si deve ad esempio
giudicare il concetto “padre”, si dovrà segnare con una croce il gradino
prescelto tra quelli indicati con 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, tenendo conto che: l=molto bello; 2=abbastanza bello; 3=un
po’ bello; 4=né bello né brutto; 5=un po’ brutto; 6=abbastanza brutto; 7=molto
brutto.
Da notare che una
caratteristica fondamentale di questo strumento di misura risiede nel fatto che
le scale bipolari di aggettivi non misurano tutte una qualità distinta ma, di
fronte ad un qualunque concetto, permettono ad una persona di esprimere un
giudizio di valutazione (giusto-ingiusto), un giudizio di potenza
(pesante-leggero), un giudizio di attività (rapido-lento).
2.0 L’IDEA DI DIO NEL
BAMBINO
Per meglio significare
questo secondo argomento, ho diviso( quando ciò
era possibile) ogni ricerca
in tre parti:
A = oggetto della ricerca
B = dati tecnici
C = metodo seguito e
conclusioni derivate.
2.1 GLI STUDI DI CASTIGLTONI
Per il tema che si è
proposto di studiare - cioè come i bambini concepiscono Dio, in sé e nei suoi
rapporti col mondo - Castiglioni si è servito di diversi metodi: i questionari,
i testi individuali, l’osservazione diretta e il metodo clinico. Le prime 4
ricerche che l’autore descrive sono compiute su bambini di quinta elementare,
tutti cattolici, di età compresa fra i lO e i 14 anni.Esse hanno come oggetto
la rappresentazione infantile della divinità.
I
La ricerca ha come oggetto
la rappresentazione di Dio nell’infanzia.
Per la sua prima
inchiesta,condotta col metodo del questionario, non si è servito della forma
interrogativa (ad esempio:”Chi è Dio?”, “Come lo
immagini?”) per non indurre
automaticamente la risposta del Catechismo imparata a memoria, ma ha proposto
agli alunni frasi da completare, del tipo:”Dio è...perché...”.Inoltre per dare
all’esercizio il carattere più naturale possibile aveva in precedenza assegnato
ai bambini frasi di questo genere: “La scuola è...perché...”, oppure” La primavera
è...perché...”. Ha poi limitato a cinque il numero di risposte per evitare che
gli alunni si lasciassero attrarre dalla quantità a discapito della qualità.
La maggior parte degli
alunni identifica Dio con Gesù e Gesù viene da molti ricordato come Salvatore e
Rivelatore.
Lo stesso risultato l’aveva
ottenuto Clavier tramite la rappresentazione grafica di Dio, infatti tanti
avevano disegnato Gesù.
Ciò è giustificabile sia per
la concezione antropomorfica di Dio propria del bambino, sia perché nella nostra
iconografia religiosa sono maggiori le immagini di Cristo.
Clavier inoltre ha
riscontrato che nei bambini dai 10 ai 12 anni l’antropomorfismo è
spiritualizzato, ad esempio:”Dio è il Padre di ogni uomo”; “Dio vede tutto ciò
che facciamo”; Dio è spirito”.
Castiglioni ha trovato in
alcune risposte quel realismo nominale che appare a Piaget come uno degli
elementi caratteristici della mentalità infantile, ad esempio:”Dio è giusto
verso gli uomini perché altrimenti non sarebbe degno di avere quel santo nome”,
cioè per il solo fatto che si chiama Dio, Egli è necessariamente giusto.
II
Questa ricerca si propone di
scoprire quale rapporto vi sia fra Dio e mondo.
La successiva esperienza
dell’autore, con questionario formulato, viene compiuta sui seguenti argomenti:”Cosa
ti è piaciuto di più delle lezioni di Religione?”;”A che serve la religione
agli uomini?”.
Alla prima domanda buona
parte degli alunni ha scritto:” I miracoli”, perché la mentalità infantile non
suppone che ci sia qualcosa di incomprensibile ed è colpita dagli eventi
straordinari. Invece per la seconda domanda i pareri sono multiformi, ma tutti
positivi nel senso che gli alunni ritengono che la religione insegni qualcosa
all’uomo.
III
La terza ricerca ha per
oggetto come i bambini concepiscono Dio.
Nell’inchiesta dei tre
desideri che, prima di ogni altro, si manifesterebbero a Dio, Castiglioni ha
rilevato un dato importante. La maggioranza dei bambini fa richieste di ordine
morale (bontà, sincerità, obbedienza) o di ordine intellettuale (intelligenza,
bravura); ma tra le risposte dei bambini dai 10 agli li anni che chiedono
grazie di ordine temporale (ricchezza, belle vacanze, salute) tengono buon
posto quelle che soltanto a Dio potrebbero in realtà venir chieste.
Questo proverebbe che i
bambini verso i 10 anni, se pur hanno di Dio una concezione antropomorfica,
tuttavia Gli attribuiscono una potenza trascendente e benché le richieste siano
materiali e banali, esse sono indice di una vera esperienza religiosa.
Castiglioni però non
trascura di precisare che non tutte le risposte sono sincere, che alcune sono
determinate da associazioni di idee abitudinarie in seguito alla recitazione
(mnemonica) di preghiere e che altre sono date soltanto per trarsi d’impaccio o
per fare il proprio dovere di alunno. Ma tali difficoltà possono essere
superate dall’abilità e dall’attitudine personale dell’esaminatore.
IV
Tra gli autori che avevano
trattato il tema dell’immagine di Dio nel bambino era un’opinione diffusa e
accreditata che i grandi fenomeni della natura determinassero nella psiche
infantile un particolare stato di comunione con la divinità. Indotto da queste
considerazioni, Castiglioni invita gli alunni a manifestare i propri pensieri
sul temporale, illustrando il tema, ma evitando di influire sul formarsi
dell’associazione “temporale Dio”. Dai temi non è risultato niente che fosse,
anche lontanamente, un attendibile accenno a pensieri concernenti il
soprannaturale. Questo significa che per i bambini il sacro e il profano sono
nettamente distinti, a meno che il legame non venga suggerito. Possono servire
di comprova i risultati
di quest’altra inchiesta.
B.
Castiglioni
ha chiesto ai bambini di spiegare il significato di queste parole di Davide: “I
cieli narrano la gloria di Dio, il firmamento annuncia le opere del creato”. E’
risultato che soltanto dodici alunni su trenta hanno capito che il narrare
andava inteso in senso figurato; gli altri, risentendo ancora dell’influsso
animista, hanno introdotto gli astri o gli uccelli come soggetto narrante
perché il cielo si presenta amorfo, complesso ed è una entità che è difficile
per loro immaginare come persona narrante. Inoltre la creazione appare come
un’opera definita ,
immutabile
perché in quello che non è permanente ma mutevole, i bambini non vi vedono
l’opera di Dio, bensì l’effetto di cause più o meno indipendenti dall’opera
stessa.
C. Nella concezione della creazione traspare
la mentalità materialista e artificialista del fanciullo, infatti manca il senso
dell’immediato rapporto di Dio col tutto, dell’onnipresenza divina. Per il
bambino Dio è un grande artefice, molto più potente dell’uomo, che può fare
tutto quello che l’uomo può semplicemente pensare, ma che agisce analogamente
all’uomo. Un aspetto positivo dell’inchiesta è dato dal fatto che da tutte le
risposte si ricava che Dio agisce per l’uomo, crea a favore dell’uomo e che
rinuncia a usare a nostro danno la potenza che possiede.
Ciò si potrebbe accordare
con la fase dell’egocentrismo di cui parla Piaget e con la teoria di Kupky per
cui l’egoismo è uno dei tratti caratteristici della religione infantile; ma nelle risposte date si riscontra qualcosa in più.
E’ vero che quando i bambini stabiliscono una
equivalenza fra mondo e umanità sono portati a dire che Dio riguarda solo gli uomini, ma Dio èsempre citato esclusivamente
come autore del
bene, come
moderatore di mali che non dipendono dalla sua volontà e quindi da tutti i soggetti della ricerca di Castiglioni Dio è considerato il Principio del Bene. In alcune risposte si
rileva anche la naturale tendenza dei bambini a proiettare nel passato la realtà presente:
infatti nella loro concreta raffigurazione il mondo è
oggi come era
ai tempi di Davide.
A. Castiglioni ha compiuto questa ricerca per
raccogliere altre informazioni sul come il bambino pensi a Dio in relazione
alla natura.
B. L’autore ha scelto novanta bambini delle
elementari fra i 9 e gli li anni e ha scritto alla lavagna un elenco di nomi
noti agli alunni: sasso, mare, sole, vento, pulcino, montagna, formica, torrente, nuvola, luna.
L’esercizio consisteva nel trascrivere in due colonne i nomi delle cose vive e delle cose morte e nel porre di fianco ad essi una spiegazione :1) della loro nascita 2) del perché della loro esistenza 3)
della loro provenienza.
O. I bambini di 8 anni allargano a quasi tutti
gli oggetti
elencati la qualifica di vita a causa dell’animismo che caratterizza questa età; mentre
questa tendenza scompare nelle risposte degli alunni fra i 10-11 anni. Curioso
èil caso della nuvola che diversi bambini non hanno saputo classificare né tra
le cose vive né tra quelle morte, e ciò è dovuto alla sua incorporeità, per cui
il bambino non riesce a inquadrarla nello schema concettuale del la cosa.
Invece ciò che appare ben morto (82 bambini su 90) sono il sasso, la montagna,
la terra, ossia tutto ciò che è pesante, immutabile e statico.
Castiglioni passa poi ad
esaminare le risposte date alle tre domande.
1) Alla prima, cioè: “Chi l’ha fatto nascere?”, una grande prevalenza
va alle cause di ordine naturale quando si parla di cose morte; invece nei
riguardi del pulcino e della formica l’appello a Dio come causa aumenta
notevolmente.
2) Le risposte al perché ci siano i vari oggetti elencati
nel questionario rivelano, tranne pochissime eccezioni, utilitarismo, ad
esempio: “La formica esiste per mangiare insetti piccoli”, oppure finalismo
come: “Il vento c’e per rinfrescare gli uomini”. Tuttavia quei bambini che
hanno considerato il vento come vivo attribuiscono la sua nascita a Dio, che
talvolta è nominato espressamente come Gesù. L’uomo non ha parte nell’origine
del vento, mentre c’entra invece, insieme a cause naturali, nell’origine del
torrente e ciò rivela come il secondo argomento sia più familiare ai bambini e
probabilmente più metodicamente materia di
lezioni a scuola. Per quanto
riguarda l’esistenza della luna e del sole la interpretazione finalistica e il
ricorso alla volontà divina si uguagliano perché molti hanno considerato questi
astri come viventi.
3) Va notato il valore
attribuito all’affermazione di esserci sempre stati taluni oggetti, oppure no.
Gli oggetti mutevoli, dei quali il bambino coglie il nascere e il morire non ci
sono sempre stati; mentre oggetti come la terra, la montagna e il mare ci sono
sempre stati. Questo perché il bambino non considera la specie, ma il singolo
individuo (“La formica c’è sempre stata”) e valuta basandosi sulla mutevolezza.
Da diverse risposte emerge Gesù come agente nel creare e nasce in coincidenza
col principio delle cose (“La luna c’è da quando Dio predicò”, oppure: “Il
vento c’è sempre stato, da quando nacque Gesu”), infatti i tempi primitivi non
hanno importanza solo dal punto di vista della priorità, ma anche perché
costituiscono come un’età magica, nella quale avvenimenti straordinari poterono
compiersi per opera di esseri straordinari.
Parecchi bambini allegano
come principio delle cose la creazione. Questo sembrerebbe contenere
implicitamente l’idea di Dio; ma Castiglioni ha considerato come positivi
soltanto i casi nei quali l’idea di Dio è affermata esplicitamente. Questo
perché la creazione non è mai citata come causa efficiente delle cose, ma come
rapporto temporale; infatti alla domanda: “Quando le cose hanno incominciato a
esserci?” diversi bambini hanno risposto: “Dalla creazione”, che è una risposta
che equivale a quest’altra:
“Da quando è cominciato il
mondo”. Inoltre i bambini fanno confusione tra i verbi fare e creare e perciò è
difficile determinare con quanta spontaneità ed evidenza viva implicita l’immagine
del Dio creatore. In poche risposte la vita degli oggetti elencati è
esplicitamente indicata come nota costitutiva dell’essenza di un ente, ad
esempio: “Dio ha creato il vento in movimento”.
VI
A. Castiglioni attraverso successivi questionari
esamina in che modo i bambini mettano in relazione la santità con Dio e questa
idea gli è stata suggerita da alcune considerazioni di Bovet riguardo al
sentimento religioso infantile. Bovet sostiene che il sentimento religioso nei
bambini è, alla sua origine, l’amore filiale che si trasferisce, per effetto di
crisi successive, dalla madre al padre e infine ad altri esseri più lontani ai
quali competono gli attributi meravigliosi che prima venivano attribuiti ai
genitori.
Attraverso questa ricerca
Castiglioni si propone di sperimentare la teoria di Bovet.
B. L’inchiesta è stata condotta su 123 alunni
compresi fra gli 8 e i 14 anni.
C. Dai questionari risulta che tutti i bambini
hanno ambientato la risposta nel campo della religione e talvolta hanno
indicato parecchi elementi
integranti per la
costituzione del concetto di “santo”. La nota più estesa èquella della
preghiera, che interessa bambini di tutte le età considerate, e per seconda vi
è l’assenza del peccato. Nei soggetti meno giovani assumono invece grande importanza
le note di una santità attiva, e persino eroica: penitenza, rinuncia alla
ricchezza e martirio. Il santo, come appare agli alunni di Castiglioni,
rassomiglia molto all’eroe, come i ragazzi l’intendono: l’uomo che lotta contro
nemici formidabili, e vince, e muore gloriosamente.
Molti alunni, per via del
realismo verbale (il nome è la cosa) e della concezione statica della realtà
(l’essere è reale, non la realtà), non ritengono che i vivi possano essere
santi e la santità dunque non è immanente nella concretezza delle opere buone,
perché se domani può cessare di esistere, allora oggi non e santità . E’
difficile per i bambini immaginare un santo che non sia nella sua nicchia,
sull’altare, ormai fuori dal mondo e inoltre dalle risposte risulta che non si
può parlare di santità finche la cerimonia ufficiale della canonizzazione non
l’avesse autorizzata ad esserlo. Per il bambino come l’eroe terreno è
considerato nell’astrazione della vita, cosi il santo deve essere considerato
nell’astrazione della morte. Pochissimi hanno considerato la santità massima
predicabile a Dio o a Gesù, mentre molti hanno indicato i sacerdoti e il Papa
come probabili candidati alla santità; questo perché colui che merita di essere
chiamato santo deve possedere il maggior numero possibile di titoli per
diventarlo e in particolare che suscita maggiore ammirazione nei bambini sono
le Stimmate.
VII
Castiglioni dice che tutto
il materiale raccolto e le ricerche da lui svolte permettono di stabilire
qualcosa sul modo secondo cui il bambino immagina Dio sul piano intellettuale,
ma non permettono di affermare che l’idea di Dio sia un qualcosa che tende a
manifestarsi e a vivere. L’autore imputa questa mancanza alla inadeguatezza del
metodo da lui seguito e all’ambiente scelto e critica il Clavier che nelle sue
ricerche ha motivato la pochezza di risultati ottenuti accusando gli educatori.
Secondo Clavier dalle ricerche sulla religiosità infantile non si è scoperto
nulla soltanto perché non ci sarebbe stato nulla da scoprire. Clavier dice che
fra gli alunni che ha interrogato ce ne sono veramente pochi nei quali ridea di
Dio è profonda.
Mentre ce ne sono molti dei
quali si può dire che Dio non occupa un gran posto nella loro vita e i colpevoli
sono gli educatori che non hanno saputo far fruttificare il cuore del bambino,
fare emergere la sua parte spirituale. Castiglioni non è di questo parere, anzi
una sua diretta esperienza (condotta su una bambina di sei anni che aveva
frequentato solo per pochi mesi una scuola materna retta da religiose) lo porta
ad
affermare che Dio e le cose
di religione costituiscono realmente oggetto di considerazione e di
sollecitudine da parte del bambino, indipendentemente dai meriti o demeriti
dell’attività educativa.
Dai vari colloqui che
l’autore ha avuto con la bambina è risultato che: 1) per il bambino
l’intervento di Dio è spontaneo e frequentissimo ogni volta che si tratta di
spiegare una cosa della quale non appaiono altre ragioni possibili; 2) l’anima
è concepita materialmente; 3) l’efficacia morale dell’idea di Dio si rivela
grandissima: “Al Signore non piacciono i bambini capricciosi”; 4) il bambino,
anche in tenera età , ama pregare con parole sue, con preghiere personali.
E’ vero che il bambino
spesso prega per ottenere aiuto o per non essere punito, ma secondo Castiglioni
emerge comunque la capacità infantile di assurgere alla spirituale comunione
con Dio, di compiere delle vere esperienze mistiche.
Riassumendo, i risultati
ottenuti da Castiglioni sullo studio dell’idea di Dio nel bambino sono i
seguenti. Per il bambino dell’età media di 8-il anni il termine “mondo” ha
l’esclusivo significato di ambiente umano e ciò che non è soggetto all’azione
del bambino non appartiene al mondo, anche se è presente alla coscienza
infantile. Esiste un mondo soprannaturale, ma questo è parte a sé e persino i
grandi fenomeni della natura che il bambino sa riconoscere come tali, non
richiamano in lui alcuna associazione col mondo soprannaturale.
Di conseguenza nel bambino
prevale una mentalità utilitaristica e antropocentrica e il problema della
finalità si presenta più comunemente e spontaneamente che non il problema della
causalità Il mondo viene concepito come un grande insieme di cose sul piano
della terra e del cielo e in questo insieme è sempre possibile per il bambino
agire concretamente.
Nell’infanzia si intende per
“cosa” ciò che è piccolo, definito, immutabile, ma che ha una vita propria per
via dell’animismo. L’atomismo porta il bambino a considerare la realtà esclusivamente
come individuale, così che se egli giunge a spiegarsi come un individuo abbia
avuto origine, la sua spiegazione è per lui sufficiente. Quella che per noi
ècausa seconda, per lui è l’unica causa e perciò il bambino non aspira, se non
è sollecitato a farlo, ad approfondire le ricerche. L’artificialismo è il
procedimento consueto per cui le cose sono.
Se si passa alla
rappresentazione di Dio, si incontra molto comunemente l’equazione Dio=Gesù.
Dio è sempre pensato come persona limitata nello spazio.L’onnipresenza divina
non è capita e siccome le Tre Persone della SS.Trinità sono considerate
materialisticamente distinte, l’onnipresenza diventa talvolta un puro casoldi
sostituzione: le Tre Persone si separano e così, essendo ciascuna di esse Dio,
ne consegue che Dio è dappertutto. La spiritualità di Dio è provata dal suo
essere invisibile. L’attributo più comune dato alla materia è la visibilità;
eliminato questo attributo, scompare la materia e abbiamo lo Spirito e così la
spiritualità spiega l’onnipresenza di Dio.
Dio è materialisticamente
limitato nello spazio anche riguardo all’efficacia della sua azione; infatti,
per diffondere il Cristianesimo, deve venire in terra per farsi capire dagli
uomini; se Gesù fosse rimasto in cielo ciò non sarebbe stato possibile.
Nel bambino il sincretismo
che informa la sua mentalità determina notevoli deformazioni delle nozioni
scientifiche che gli vengono impartite. L’esperienza sensibile ha,
naturalmente, una grande attrattiva e un valore di primo ordine; quando però la
spiegazione naturalistica manca, allora il bambino fa ricorso alla spiegazione
teologica. Ma Dio, di fronte alla natura, nel rapporto di causalità con essa,
conserva gli stessi caratteri. Per il bambino il creare non è diverso dal fare
o ne diversifica solo quantitativamente perché le maggiori forze attribuite a
Dio superano gli effetti delle forze umane. La creazione non è concepita in
pieno, è atomistica, riguarda solo ciò che è statico e immutabile.La creazione
presuppone sempre, per il suo carattere artificialistico, qualcosa di
preesistente, come lo spazio, senza il quale Dio non avrebbe avuto dove
operare, e l’intelligenza divina, che è pensata come lo strumento con cui Dio
ha potuto operare.
Conseguentemente non tutte
le cose richiamano Dio, né tutte con uguale intensità e frequenza; pare anzi
che la capacità induttiva di associazione con Dio dipenda dalla minore o
maggiore necessità delle cose stesse.
E tutto ciò che Dio fa è per
l’uomo.La Provvidenza divina non conosce altro oggetto che l’uomo: Dio dispensa
all’uomo grazie materiali, ma anche grazie d’ordine intellettuale e morale, sia
che ne venga richiesto con la preghiera, sia spontaneamente. Generalmente Dio è
il principio del bene, tanto nell’ordine fisico, quanto nell’ordine morale. Dio
è richiamato assai più dal mondo soprannaturale che dalla natura, anche se
mondo naturale e soprannaturale sono ben separati, non per differenze
sostanziali ma semplicemente per la diversa collocazione.
Dio appare come rimosso
dalla terra e collocato in un paradiso concepito materialisticamente e lo
stesso avviene per il concetto di Santo.
Nei bambini il concetto di
santità non induce mai associazioni con ciò che è proprio della vita
quotidiana, della vita vissuta e infatti viene sempre collocato in uno schema
ultraterreno. Questo perché l’amore del bambino per il meraviglioso , per il
dramma, lo porta ad associare la santità con l’agiografia ; però pare venga
capito l’intimo valore della santità.
Nelle sue ricerche sulla
religiosità infantile Castiglioni si è proposto di rispondere a tre domande: 1)
E’ possibile una vera e propria religiosità nel bambino? 2) La religiosità
infantile è spontanea? 3) Quali sono le caratteristiche della religione
nell’infanzia?
L’autore sostiene tre tesi:
1) Non è vero che il bambino collega le manifestazioni dei fenomeni naturali
all’idea della divinità , quindi non è corretto parlare di una religiosità
primitiva che caratterizza l’infanzia, infatti sono gli adulti a far conoscere
Dio al bambino. Inoltre, il bambino ha una visione dicotomica della realtà ed è
una esigenza dell’adulto il trovare una causa prima ed unica della realtà ,
perché per il bambino le cause non sono collegate fra loro ma a sé stanti. 2)11
bambino, se non è sollecitato a farlo, non sente il bisogno di scoprire la
causa prima; quindi se non è stimolata non compare “vita religiosa” nel
bambino. 3) Più le cose sono necessarie e naturali , più queste cose non
dipendono da Dio. La religiosità infantile è antropomorfica, magica,
egocentrica e manca di partecipazione, convinzione, affettività . Per
Castiglioni il bambino accoglie la religione in modo passivo; ma non per
mancanza di sentimento, semplicemente perché Dio è concepito dal bambino a
immagine di ciò che conosce.
2.2 LA RAPPRESENTAZIONE DI DIO NEL BAMBINO
Gli autori del nostro secolo
per le ricerche sulla religiosità infantile hanno tenuto presente quattro linee
di ricerca. La prima si basa sul presupposto che ogni apprendimento è dovuto ad
un processo di adattamento, spesso lento e graduale, che consiste sia nella
modificazione degli stimoli esterni per assimilarli ai propri schemi mentali,
sia nella modificazinne dei propri schemi mentali, accomodandoli, per adattarli
agli stimoli esterni. In relazione alla religiosità infantile, tale ipotesi ci
dice che il bambino, tra le nozioni religiose offerte dall’adulto, accetterà
con facilità quelle nozioni che rispecchiano il suo attuale modo di
interpretare la realtà e non richiedono quindi un eccessivo accomodamento dei
suoi schemi mentali. Viceversa respingerà o deformerà più o meno intensamente
(assimilando lo stimolo esterno al suo schema mentale o addirittura non
considerando lo stimolo) quelle nozioni che lo obbligheranno ad accomodare i
suoi schemi mentali più di quanto sia possibile. Attraverso le ricerche si
vedrà quali nozioni, fra quelle proposte dall’educazione religiosa, vengono
assimilate con maggiore o minore facilità e spontaneità . Una seconda linea si
collega al presupposto che ogni apprendimento di nozioni nuove e complesse è
frutto di un processo lento e graduale. Ciò implica che le credenze infantili
si modificano lentamente con l’età , che le vecchie credenze di solito non
spariscono mai bruscamente, che nel passaggio da una vecchia ad una nuova
compaiono delle credenze di compromesso. Questo suggerisce che si deve
sospettare fortemente di fronte all’assimilazione brusca e improvvisa di una
nozione religiosa e ritenerla frutto di un apprendimento fondamentalmente
nozionistico.
In terzo luogo si considera
l’importanza dell’affettività e dell’intelligenza nella religiosità infantile e
anche la problematica relativa all’esistenza di religiosità vera e propria nel
bambino.
Infine non si trascura il
problema della spontaneità del sentimento religioso infantile.
Per esaminare come il
bambino cattolico si rappresenta Dio e quali attributi egli vi riferisce, la
maggior parte degli autori ha usato il metodo clinico, essendo il metodo che
offre le migliori garanzie, infatti si parte dalle domande spontanee del
bambino per ricavare i temi e le formulazioni più adeguate per iniziare e
condurre il colloquio.
Alcuni studiosi hanno
anteposto ai colloqui con i bambini la presentazione di racconti in cui i
protagonisti avevano bisogno di aiuto per non morire. Queste storie dovevano
essere completate dai bambini. L’intento dei racconti era quello di trovare lo
spunto per iniziare il colloquio con i bambini sulla possibilità di un
intervento divino e contemporaneamente di vedere con quale frequenza al bambino
è presente spontaneamente il soprannaturale.
I raccontini sono stati
distribuiti in varie classi elementari e venivano semplicemente presentati come
un saggio in classe per non influenzare
i bambini, Dal sondaggio effettuato da Vianello su 209 alunni veneziani dai 7
agli 11 anni risulta che nessuno ha fatto intervenire Dio direttamente, tranne
rari casi in cui è presente in modo secondario. I raccontini erano: Giorgio è
caduto in acqua; un aereo con guasto al serbatoio sta precipitando in mare; il
montanaro Giovanni cade in un burrone; un aereo con guasto al motore sta
precipitando sulle montagne. Per quanto riguarda i casi in cui l’intervento
divino è presente in modo secondario, va ricordato il protocollo di un bambino
che chiede a Dio di fare un miracolo, ma alla fine è un meccanico che salva
tutti i passeggeri dell’aereo in avaria. Ve n’è un altro dove si prega Dio non
perché intervenga, ma affinché il motore dell’aereo resista. In questi casi i
bambini ammettono l’onnipotenza divina, ma poi si comportano come se non
l’avessero ammessa. In un altro racconto l’aereo riesce ad atterrare e si
incendia, ma tutte le persone riescono a salvarsi e ringraziano Dio di averle
salvate; però ad un tratto un uomo si accorge che il suo bambino manca. Il
figlio è ancora sull’aereo che sta bruciando, ma il pilota dice che è troppo
tardi per intervenire. Questo racconto fa pensare che Dio deve essere
ringraziato in ogni caso sia quando si è fortunati, sia quando si ha qualcosa;
si potrebbe formulare l’ipotesi che Dio è il garante che tutto proceda bene e
che non è necessario il suo intervento ogni volta. Ma il racconto continua
descrivendo la salvezza dei passeggeri in modo strano e fortemente fabulato, e
perciò viene da pensare che anche la prima parte, in cui si nomina Dio, sia
fabulata.
Dopo aver notato la mancanza
di intervento divino, l’autore ha voluto provare una cosa singolare. Ha fatto
completare i raccontini a bambini che durante l’anno dovevano ricevere la prima
comunione e a bambini che dovevano ricevere la cresima. I racconti sono stati
completati in parrocchia, durante l’ora dì catechismo, ma i risultati furono
uguali agli altri.
In particolare:
I
I colloqui con i bambini di
3 anni rivelano che questi bambini attribuiscono facilmente onniscienza e
onnipotenza ai genitori, anche se a volte in modo contraddittorio. In un colloquio
una bambina afferma che il padre conosce più cose della madre, eppure tutti e
due sanno tutto.Poi afferma di sapere alcune cose che i genitori non sanno e
che la sua maestra d’asilo sa più cose di tutti, eppure non conclude che i
genitori perciò non sanno tutto.Questo perché il bambino non possiede la
coerenza logica adulta e quindi per lui sono possibili e credibili realtà che
per noi sono contraddittorie e inoltre il bambino confonde “tutto” con “tanto”;
egli, constatando che i genitori sanno moltissime cose rispetto a lui, conclude
che essi sanno tutto (che vuol dire sia tanto che tutto). Dai quattro anni in
poi (almeno sino ai 10-11 anni, quando il bambino saprà a volte giudicare più
obiettivamente) risulta che il papà sa più cose della mamma e questa sua
priorità è una conquista che non conosce ritorni, infatti questa superiorità
risulterà sempre più chiara. In alcuni casi a questa età ci sono degli adulti
che conoscono più cose di entrambi i genitori e questa affermazione ricorre con
più frequenza nei bambini che frequentano la scuola materna. La contraddizione
è presente anche per quanto riguarda l’onnipotenza dei genitori, però appare
più fragile l’affermazione che essi siano onnipotenti perché in questo campo il
bambino si accorge meglio dei limiti dei genitori. E anche per questa qualità
il padre è ritenuto superiore alla madre.
Infine dai bambini di 3-5 anni Gesù (o Dio) è considerato un
uomo molto potente, ma non molto di più di qualsiasi altro adulto, anzi spesso
i genitori oppure altri adulti gli sono superiori e inoltre Dio e Gesù sono
talmente identificati che sono solo due nomi di una stessa persona.
II
Verso i 6-7 anni i bambini
affermano che i genitori sanno e possono molto. La madre diventa meno
importante del padre per quanto riguarda l’onniscienza e l’onnipotenza e i suoi
limiti vengono accettati prima di quelli paterni. Dai colloqui risulta anche
che i soggetti di questa età si possono distinguere in tre categorie. Nella
prima vi sono bambini che credono abbastanza nella scienza e nella potenza
paterna e non fanno grande difficoltà a ammettere con tranquillità le
deficienze particolari dei propri genitori. Di solito questi bambini sono più
“immaturi” per quanto riguarda la rappresentazione divina, infatti considerano
Dio come un uomo con la barba e i capelli lunghi, che mangia e va a dormire;
inoltre confondono molto facilmente Dio con Gesù.
I bambini appartenenti alla
seconda categoria manifestano più contraddizioni per quanto riguarda le qualità
attribuite ai genitori, ma hanno assimilato le nozioni religiose meglio dei
soggetti del primo gruppo. Si ha spesso l’impressione che il bambino in parte
creda, ma in parte voglia credere alle doti del padre e le sue affermazioni,
molto più spesso che indicare una convinzione, indicano che il bambino vuole
sostenere una convinzione che sta per essere definitivamente abbandonata.
Infine vi sono quei bambini
che accettano realisticamente i genitori; essi sono anche più evoluti per
quanto riguarda l’assimilazione delle nozioni religiose.
Riguardo all’onniscienza,
all’onnipotenza e all’onnipresenza divina, queste qualità sono ammesse più che
nel periodo precedente, cioè dai 3 ai 5 anni, ma non completamente; infatti
l’onniscienza è ammessa quasi completamente, l’onnipotenza in modo contradditorio,
l’onnipresenza non è ammessa. Essa è l’ultima qualità accettata dal bambino,
Dio infatti è in cielo e proprio questo è spesso ciò che Lo limita anche nella
sua potenza. In questa età Dio e Gesù non sono più vissuti solo come due nomi
che vengono attribuiti ad una stessa persona, ma come due persone; tuttavia
permane una notevole confusione dovuta all’antropomorfismo. E proprio la
presenza di antropomorfismo giustifica il fatto che il bambino esita
nell’attribuire l’onnipotenza a Dio. Inoltre un ostacolo alla potenza divina
molto importante, riscontrato in quasi tutti i colloqui, è che Dio non può
resuscitare i morti. E’ da notare che già fin da ora l’istruzione religiosa
insiste su questo punto, sia quando parla di Lazzaro, sia a proposito della risurrezione
di Gesù. Eppure per i bambini Dio può salvare una persona che cade da un aereo
o da un grattacielo, ma se un uomo muore, Dio non può farlo ritornare in vita
neanche se lo volesse, perché non c’e più nulla che sì possa fare.
A proposito della rappresentazione
divina abbiamo due diverse concezioni. La prima, più propria dei 6 anni, è
comune a quella esaminata nel periodo precedente, per cui Dio è considerato un
uomo come noi, pur avendo acquisito una superpotenza ed una superscienza che
non aveva nei periodi precedenti. A 7 anni invece è più frequente
l’affermazione che Dio è grandissimo. Un esempio è presentato in un colloquio
in cui sì dice che Dio è grande nove volte una montagna oppure come un gigante.
Questa concezione di un Dio grandissimo sembra la prima tappa per arrivare a
concepire un Dio onnipresente.
Va anche ricordato il modo
in cui Dio esplica la sua potenza. Accanto a spiegazioni naturalistiche ce ne
sono altre in cui il bambino si accontenta di dire: Dio fa un miracolo. Il
bambino attribuisce a Dio ogni possibilità, anche quella di fare miracoli, però
questo non deriva dal fatto che il bambino ha capito che non si possono mettere
limiti alla potenza divina, ma dal fatto che per lui non è ancora cosi netto il
distacco fra mondo naturale e mondo magico.
III
Verso gli 8-9 anni ormai
tutti i bambini riconoscono che il padre non èonnisciente e se l’onniscienza
non è accettata, ancor meno l’onnipotenza; come prima accennato, inoltre, la
madre già da circa un anno ha perso definitivamente queste due qualità.
L onniscienza e
l’onnipotenza divine sono accettate, ma vi sono alcuni casi (come ci sono nel
periodo precedente e in quello seguente) in cui Dio non può far nulla di fronte
alla morte già avvenuta; è invece l’onnipresenza che crea confusione nel
fanciullo. C’è infatti quasi sempre insensibilità alla contraddizione a questo
riguardo, che rivela come il concetto non sia stato compreso; per il bambino
infatti Dio è dappertutto (di solito perché è immenso), ma contemporaneamente è
in cielo.L’onnipresenza non ècapita soprattutto perché vi sono ancora dei
residui di antropomoifismo. Tutto ciò ha naturalmente un influsso negativo
anche nell’ammissione delle due prime qualità, ma in complesso il bambino ci
crede. Un’ipotesi sufficientemente verificata in vari colloqui è la seguente:
normalmente per il bambino Dio è in cielo, però quando qualcosa sembra mettere
in crisi la credenza nell’onniscienza e nell’onnipotenza divina, egli fa
intervenire l’onnipresenza divina perché essa gli permette di convalidare le
altre due qualità in cui gia crede.
Un’altra forma di
antropomorfismo può essere considerata anche la rappresentazione che i bambini
hanno di un Dio grandissimo; l’affermazione che Dio è immenso è la prima
rappresentazione che il bambino si fa per arrivare a capire l’onnipresenza
divina. A 10 anni il bambino passerà poi ad una rappresentazione di Dio
invisibile, di Dio dentro di noi ed infine di Dio-Spirito, ma in questo periodo
quasi tutti non superano questo stadio primitivo.
Quando l’onnipresenza non è
ammessa a causa della rappresentazione antropomorfica della Divinità, viene
espressa, allora, una credenza tipica di questa età: Dio vede dappertutto, ma
non è dappertutto. Vi sono casi in cui il bambino parla di Dio-Spirito, ma solo
per istruzione; questo concetto infatti non viene assimilato prima dei 10 anni.
Il bambino, a questa età, quando sente la parola “spirito” la intende come
“fantasma”; nel linguaggio corrente, infatti, i fantasmi sono spesso chiamati
“spiriti” e per il bambino lo “spirito” non è che un uomo invisibile.
IV
A 10-li anni l’onniscienza e
l’onnipotenza dei genitori non sono più ammesse, ormai è stata conquistata una
visione realistica a questo proposito.
Questo periodo conferma che
l’onnipotenza e l’onniscienza sono assimilate e c’e un progresso anche per
quanto riguarda l’onnipresenza. Si rimane però ancora in una fase
contraddittoria perché spesso non si capisce Dio come puro Spirito (ciò è
comprensibile perché in questa età lo stesso pensiero è considerato come
materiale).
L’onniscienza divina è
accettata a questa età con molta convinzione. E’ da notare però che vi sono
alcuni casi di bambini che sono scettici e dubbiosi anche nei riguardi dì
questa qualità, ma non perché non l’abbiano ancora acquisita, bensì perché
stanno rimettendo tutto in crisi; sono ormai preadolescenti. Per quanto
riguarda l’onnipotenza divina anche in questo periodo l’ostacolo maggiore è la
morte.
fl passaggio
dall’onnipotenza divina al Dio-Spirito avviene attraverso alcune tappe. Solo a
questa eta c’è il superamento di una concezione di Dio come uomo o come
immenso. La prima vera tappa è la credenza che Dio è invisibile. Questa
credenza rivela il tentativo, da parte del bambino, di conciliare la nozione
religiosa con la sua mentalità realistica. Invisibile per lui non vuole dire
immateriale, ma con il minimo di materia. In un secondo momento i bambini
affermano che Dio è nelle nostre anime (oppure in noi, o vicino a noi). Si può
obiettare a questo proposito che questa credenza è probabilmente suggerita dall’educazione
religiosa. Va però ricordato che questa è una credenza che l’educazione
religiosa suggerisce ad ogni età, tuttavia prima di questo periodo nessun
bambino la fornisce in quanto Dio è in cielo e non nelle nostre anime. Verso i
IO11 anni invece la risposta si presenta con notevole frequenza. Evidentemente
essa viene accettata dal bambino come una nozione che corrisponde a ciò che
egli cerca.Il fatto di preferire questa credenza ad altre, è un segno netto che
il bambino è attivo nella scelta della credenza. Può perciò essere accettata
l’affermazione che il bambino che manifesta questa credenza è alla ricerca di
un Dio-Spirito, in quanto accetta una credenza in cui la materialità della
rappresentazione è minima. Infine, solo alcuni a questa età arrivano a
concepire un Dio.~Spirito. 11 bambino non ha le idee chiare per quanto riguarda
l’onnipresenza divina, ci sono ancora residui di antropomorfismo; molto spesso
Dio è ancora rappresentato come immenso. Accanto a queste rappresentazioni ce
ne sono altre in cui l’antropomorfismo sembra scomparso, anche se non c’è
ancora la concezione di un Dio spirituale.
Quando i bambini stanno per
abbandonare la concezione antropomorfa appare in loro una nuova concezione: Dio
è nelle nostre anime. Essa aiuta a considerare Dio come puro spirito ed è
possibile Solo se Dio ha già qualcosa di spirituale. Un esempio è dato da un
pezzo di colloquio di un bambino di 11 anni in cui si nota che il fanciullo ha
una visione antropomorfa, ma cerca di superarla quando afferma che Dio non è
“più grande”, ma “più potente”. Questa concezione è invece assente nelle età
precedenti, oppure è presente in modo fiabesco e poco convincente, per
accettazione di una istruzione, ma senza essere assimilata.
Solo alcuni bambini maturi
riescono a capire in qualche modo che Dio è Spirito. La concezione di
Dio-Spirito è l’ultima ed è quella che riesce a spiegare anche le tre
precedenti e a saldare organicamente.
In questa età però abbiamo
anche dei casi particolari di bambini scettici, che non solo non credono
nell’onnipresenza divina, ma dubitano anche
per quanto riguarda
l’onniscienza e l’onnipotenza. E’ probabilmente questo il segno che i bambini
stanno passando da una religiosità acquisita ed accettata dagli adulti più o
meno passivamente ad una religiosità che deve venire accettata personalmente.
Il fatto perciò che spesso
siano dei bambini maturi ad avere dei dubbi, conferma la supposizione che detti
dubbi siano segno di una nuova crisi, sintomo di una crisi di crescita, che
dovrebbe portare ad una religiosità più vissuta e meno esteriore:la religiosità
dell’adolescente.