LA STANZA ROSA

(PSICODRAMMA DELLA SCHIZOFRENIA)

 

EDIZIONI PSICOSOMA

 

 

Antonia Soares

 

Ci sono tante stanze nella mia vita, ma io cercavo una stanza, la mia stanza.

Ci sono tante stanze nella mia vita e ognuna ha un colore diverso. Ogni stanza è uno stato d’animo, un modo di essere, un personaggio, ma io in questo momento sono uno stato d’animo, un modo di essere, un personaggio, io sono Fernando, io sono Lucia, io sono nessuno, assolutamente nessuno.

C’è la camera mia ed è rosa.

C’è silenzio, non c’è nessuno eppure è affollata.

Parlo, rido, m’incazzo, faccio a pugni e non piango mai.

C’è la stanza del dottore ed è rossa: parlo e non parlo, m’incazzo e non m’incazzo, ascolto e non ascolto.

Poi c’è la stanza del Centro ed è azzurra.

A volte sono un operatore e partecipo per fare vedere agli altri che bisogna partecipare.

In queste occasioni mi sento uno specchio; poi lo specchio si rompe e sono solo un mucchio di pezzi che non si collegano più e me ne sto in silenzio con un senso dì tormento, d’irrequietez­za oppure parlo, ma la mia testa è bloccata, non filtra i messaggi alla bocca.

Passano sempre le stesse cose e un pezzo di me le deve dire e un pezzo di me non le vuole più sentire.

A volte mi dico di fare la depressa e allora divento depressa; a volte mi dico di essere felice e così divento felice...: ((il poeta è un fingitore, finge così completamente da fingere che è dolore il dolore che davvero sente».

A volte non so come devo essere e allora osservo gli altri e cammino per la stanza, vado fuori a sospirare, mangio, bevo, mi lamento, rido, faccio un orto.

Poi sto vicino agli operatori senza parlare, senza ascoltare, solo osservare.

Poi c’è la stanza del gruppo ed è viola.

Lì mi sento soffocare, ho la tachicardia, sono paralizzata; le mie mani e le mie braccia s’informicolano, s’intorpidiscono, non posso muovermi, sono braccata.

Non sono più io, il mio corpo non mi appartiene.

Ogni tanto parlo, ma il mio sguardo esce dalla finestra, la fine­stra di quella stanza ed è un monologo: io non voglio e non cerco risposte.

Non vedo nessuno; eppure li vedo. A volte li sento, ma solo qualcuno.

Quando parlo non c’è nessuno, sono solo tante sedie, ma a volte c’è qualcuno.

Poi c’è la cucina di casa mia ed è grigia. Non parlo, non vedo, non sento.

E la cucina di mia zia che è marrone e lì parlo, mangio, lavo i piatti, cucino, insomma faccio le cose.

E’ una grande casa la mia casa, ha tante stanze e ognuna ha un colore diverso.

Nella mia casa c’è silenzio, non ci abita nessuno, eppure è affolIata.

 

 

Salvatore Vallone

 

CAMERA

 

Camera mia: silenzio.

Il silenzio è il premio dei giusti in un mondo dove gli onesti gridano a squarciagola per uccidere le mamme e atterrire i bambini.

Ho mal di testa e per fortuna non sono confusa.

Penso che la vita deve andare avanti sempre e comunque, men­tre le persone se ne vanno prima o poi.

Amico silenzio io ti ringrazio e ti saluto = grazie e ciao. Il silenzio è il sonno degli innocenti.

Ognuno deve seguire la sua strada anche se ci sono ostacoli e si deve rinunciare necessariamente a qualcosa, un qualcosa che è sempre la stessa cosa e sempre per gli stessi.

Che strano!

Sono sempre le persone alle quali voglio bene che se ne vanno e quando partono è come la caduta di un pino gigante in un verde giardino: lascia vuoto un pezzo di cielo.

Sento che ci sono delle forze misteriose che mi trattengono e non riesco a capire se sono positive o negative, interne o esterne, maschili o femminili, pari o dispari, finite o infinite.

Forse vivere significa fingere, un fingere sempre e dovunque. Forse vivere significa tingere, un tingere sempre e dovunque. Forse vivere significa accendere, un accendere sempre e dovunque.

lo non sono una brava attrice.

lo non sono una brava pittrice.

lo non sono una brava piromane.

Ci sono tante stanze nella mia vita e ognuna ha un colore diverso. In ogni stanza abita uno stato d’animo, un modo di essere, un personaggio.

La mia camera è rosa.

C’è silenzio, non c’è nessuno, eppure è affollata.

lo parlo, rido, mi arrabbio, faccio a pugni con me stessa e non piango mai.

La camera del dottore è rossa.

Parlo e non parlo, ascolto e non ascolto, ma come al solito mi

ritrovo con dieci pastiglie tutte diverse e tutte colorate: questa per quello, quella per questo, tutto il resto nel suo posto e così via, via, via, via.

Il mio fegato è grosso come la chiappa del culo di una vecchia bagascia, ma la mia mente, per fortuna o per disgrazia, è sem­pre una pimpante ballerina, un po’ suora e un po’ puttana. La camera del Centro è azzurra.

A volte sono un operatore e partecipo alla discussione per far vedere agli altri che bisogna partecipare perché la democrazia è partecipazione, la libertà è partecipazione, la psichiatria è partecipazione.

In queste occasioni mi sento uno specchio, uno specchio veramente bello.

Poi lo specchio si rompe e io sono solo un mucchio di pezzi di uno specchio bello che non c’è più.

E adesso, tu che sai e tu che puoi, proprio voi due provate a mettere insieme questi pezzi colorati di vita.

lo sto in silenzio con un senso di tormento e di irrequietezza oppure parlo con la testa intasata come un cesso pubblico: il cervello non filtra più i messaggi alla bocca.

Nella mia mente passano sempre le stesse cose e un pezzo di me le vuole dire e un pezzo di me non le vuole sentire.

A volte mi dico di essere depressa e allora divento depressa, a volte mi dico di essere contenta e allora divento contenta, a volte mi dico di essere morta e allora ho paura.

Il poeta è uno che finge, un fingitore che finge così bene da immaginare che è dolore il dolore che sente, che è piacere il piacere che sente, che è indifferenza l’indifferenza che sente. Meglio di così?

È uno sballo e io non ho veramente altro da chiedere al buon Dio e al mondo.

Ma a volte non so come devo essere e allora osservo gli altri e cammino per la stanza, vado fuori a sospirare e mangio, bevo e mi lamento, rido e impreco.

Poi sto vicino agli operatori senza parlare e senza ascoltare, ma solo a osservare.

Peggio di così?

Lo sballo è già finito e io non ho veramente altro da chiedere al buon Dio e al mondo.

La camera del gruppo è viola.

Mi sento soffocare, ho la tachicardia, sono paralizzata. Le mie mani e le mie braccia si intorpidiscono, non posso muo­vermi e mi sento braccata.

Ogni tanto parlo, ma il mio sguardo esce dalla finestra ed è un monologo: non voglio e non cerco risposte.

Non vedo nessuno, eppure li vedo. A volte li sento, ma solo qualcuno.

Quando parlo non c’è nessuno, solo tante sedie vuote e a volte c’è qualcuno.

La cucina di casa mia è grigia.

Non parlo, non vedo, non sento come le tre scimmiette siciliane. lo sono tre scimmiette in una, io sono il padre, il figlio e lo spirito santo.

La cucina di mia zia è marrone e lì parlo, mangio, lavo i piatti, cucino, insomma faccio le cose.

lo ho una grande casa.

La mia casa ha tante stanze e ognuna ha un colore diverso. Nella mia casa c’è silenzio, non ci abita nessuno, eppure è affol­lata.

Continuo ad avere mal di testa.

A volte mi sveglio in piena notte con un mal di testa insoppor­tabile che mi toglie la confusione e solo allora sono pronta a ragionare e soffrendo ragiono benissimo.

Ma qual’è la notte da vivere e dove devo sentirla?

 

La “Palude incantata” in copertina è opera di Veronica Sacco

Il prezzo del libro è di 10 Euro

Edizioni Psicosoma Via Aldo Moro 38

31053 Pieve di Soligo TV Tel 0438 981201

e-mail: psicosoma_vallone@libero.it

Codice ISBN 88-88608-00-1

 

 

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