VITTORIO MARCHI, OVVERO IL PIACERE DI DIPINGERE “EN PLEIN AIR”

di Paolo Rizzi

 

 

Questo l’ho dipinto verso le otto di mattina”, mi dice Vittorio Marchi guardando un suo quadro che rappresenta uno scorcio limpido del Sile. E più avanti, di fronte ad un caldo paesaggio estivo di Rolle: Qui, invece, saranno state le undici e mezzo”. Indicazioni orarie come queste non sono, per il pittore, dei vezzi.

Rappresentano la memoria precisa, fissata sulla tela, di un certo tono di luce, di una certa atmosfera,

di un certo volgersi dei colori. Si sa come fossero sensibili al mutar dell’ora gli Impressionisti: essi cercavano appunto di cogliere il momento” della loro emozione. Monet aveva piazzato, su una chiatta galleggiante sulla Senna, sei-sette cavalletti con le tele già preparate. Cominciava all’alba e si spostava dall’uno all’altro circa ogni ora. “La luce scappa via diceva e io devo fermarla”. Non diversamente agisce Marchi, da sempre pittore en plein air” della sua amata terra trevigiana. Che senso ha, oggi, dipingere in questo modo? Cioè: quale importanza può avere inseguire le variazioni della luce del giorno e, quindi, il mutar dei colori delle stagioni? La nostra civiltà dei consumi appiattisce tutto: rende ogni aspetto della vita artificiale, sofisticato, quindi per molti versi inquinato, fuori dai ritmi della natura. Bisogna covare all’interno, come Marchi, un amore per l’ambiente in cui si vive; considerano quasi una proiezione di noi stessi, dei nostri sentimenti, della nostra cultura. lo  conferma Marchi mi sento trevigiano fino alla punta dei piedi”.Trevigiano significa per lui essere radicato nella dolce piaga in cui vive, il centro è Sernaglia della Battaglia e quindi tutto attorno i luoghi frequentati con gioia: il quartiere del Piave”, le case di Cison di Valmarino, il castello di Susegana, i declivi di CoIlaIto o di Refrontolo, la torre dei Carraresi a Casale, il giardino di Barbisano, la collina bruciata” verso RolIe, le finestre antiche a Farra di Soligo, l’eremo di Rua di Feletto, le case ti orite di Miane... fino, naturalmente alle anse del Sue, dove tra la vegetazione spiccano i barconi e l’acqua scorre lenta e placida. Qui nasce, sempre in modo diretto, sul luogo, la pittura di Marchi: nasce limpida e fresca come la verzura, assorbendo i toni della luce e le sue variazioni atmosferiche, quindi secondo il dettato di un’emozione che sempre varia di fronte allo spettacolo del Creato.Sono poi soltanto gli Impressionisti francesi i maestri di questo radicamento naturale? Vittorio Marchi discende,pittonicamente, da un ceppo lontano, che è Io stesso della civiltà pittorica veneta. Sul crinale tra Quattro e Cinquecento.., prima Giovanni Bellini, poi il Giorgione, Cima da Conegliano e altri pittori tolsero, dapprima con pudore, poi con sempre maggiore sicurezza, i drappi che facevano da sfondo alle Madonne e alle Sacre Conversazioni. Fu allora che si cominciarono ad intravvedere, nelle pale d’altare, gli scorci lontani delle colline e delle campagne venete.

Le immagini sacre si fondevano con la dolcez­za del paesaggio: quasi facevano tutt’uno. La luce dell’aurora o del tramonto, si frangeva sul manto della Madonna, lo irrorava ancor più di colore.Tutto ciò rendeva la religione più vicina agli uomini. Un paio di decenni dopo era il Tiziano ad osare ancor più: dipingeva nudi di dame e cortigiane posate sul davanzale da cui s’aprivano giardini fioriti. Anche l’Eros usciva dall’alcova e si mescolava ai profumi e ai colori della natura felice. Da allora, per secoli, la pittura veneta ha interpretato questa sorta di simbiosi dell’uomo con la natura.Queste cose Vittorio Marchi le sa. Sentirsi trevigiano (e quindi veneto) significa per lui tuffarsi con assoluta semplicità nell’ambiente: cogliere i succhi più genuini del paesaggio. La sua pittura non obbedisce a stilemi precostituiti, e men che meno ad intellettualismi e sofisticazioni: scorre limpida come un ruscello montano. La guida un occhio che cerca l’emozione della luce; e nel seguirla detta la pennellata e la scelta del colore. Ecco perché talora i toni sono chiari e limpidi; talaltra assorbono la foschia del meriggio; in certi momenti magari si eccitano di fronte ad un campo di colza giallo o ad un pescheto rosa; e le tinte svariano dolcemente quasi spinte da un venticello che scende dai colli. Questa pittura piace perché è vera”, cioè nasce dall’osservazione diretta della natura, e ad essa si adegua. Equilibrio tra senso e ragione: non è questa, forse, la caratteristica prima della pittura veneta?Dal suo quartiere del Piave” Marchi può spingere talora lo sguardo magari verso Feltre e il Bellunese. Ma la sua terra gli basta: essa è più che sufficiente per riempire la pittura di colori che sciolgono e s’arruffano, giocano e si riposano, brillano e opacizzano. I quadri diventano finestre aperte sulla natura, ma anche sussulti gentili d’un sentimento che porta alle più genuine gioie della vita.

 

 

Vittorio Marchi Via Emigranti 11  Sernaglia TV

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