(…)
Questa mattina eravamo in riunione.
Mi sentivo strana e mi chiedevo perché; poi è entrato Enrico e mi sono resa conto che stavo facendo Enrico e allora ho smesso
e ho cominciato a odiare tutti.
Mi davano fastidio perché erano tante macchinette che recitavano una
parte, ognuno la sua e io le conoscevo tutte a memoria.
Che cosa bevono i bambini?
Sangue.
Ho rubato una penna al Centro e ho rubato dei soldi a mia sorella, ho
rubato per un attimo il posto di Enrico.
Quando ero in carcere pisciavo nel letto e avevo paura di
tutti. Sentivo l’odio e la rabbia che mi sfioravano la
pelle e avevo paura di tutti.
Mi hanno tenuto quattro mesi in infermeria perché non riuscivo ad
andare in sezione; avevo paura di tutti.
Mia sorella mi ha preso i colori, i colori e i
pennelli. Dove sono?
Li rivoglio indietro subito, adesso.
Quanto mi faccio schifo.
Continuo a scrivere e non so nemmeno io perché lo faccio. Forse è una
necessità.
Scrivere mi serve per svuotare la testa.
Quello che scrivo è così privo di sostanza; sono una marea di cazzate ed è meglio essere chiunque nella fantasia che
nessuno nella realtà, una realtà che mi sono lasciata alle spalle forse quando disegnavo il contorno dei quadretti di un
quaderno dietro un banco di scuola, pagina dopo pagina, colore dopo colore.
E poi, un giorno, il maestro mi chiese il quaderno e
cominciò a sfogliarlo pagina dopo pagina, colore dopo colore.
Un infinito oceano di mattoni.
Penso che andare a Venezia mi ha rovinato la
vita.
Non so più come vivere; per il momento so solo sopravvivere. Tutti
hanno dei doppi, dei tripli o dei quadrupli; siamo poliedrici a volte mimetici.
Al mattino mi sveglio, indosso il vestito di un uomo e mi addormento con quello.
Ma forse è normale essere cosi. È’ la vita.
L’importante è stare bene sempre e comunque,
capire i bisogni degli altri e soddisfarli senza pensare più a se stessi: in un
certo senso morire dentro per vivere.
Ma la mia testa cambia idea così spesso che
non capisco più niente.
Essere come gli altri è diventare gli altri.
Quando, anni addietro, andavo a prendere i miei figli a
scuola e li aspettavo fuori, diventavo ansiosa, mi si annebbiava la vista e
avevo paura di non vederli, di non riconoscerli; allora dovevo pensare di
essere mia sorella e in quella parte mi tranquillizzavo. Quando sono in gruppo
e divento ansiosa, punto qualcuno senza volerlo e lo riconosco
nel mio agire e nel mio sentire; così mi tranquillizzo.
Forse è così che bisogna vivere: accettare di essere morti da tanto
tempo e forse accettare di non essere mai nati, come i miei quattro figli, per
vivere liberamente la vita degli altri.
E quella parte di noi che soffre per questo motivo, perché comunque c’è sempre una parte di noi che si sente esclusa da
tutto, ebbene, quella parte di noi si può vivere di notte, in un teatro o in un
tazza di caffè.
Un teatro, sì, proprio un teatro!
Una tazza di caffè, sì, proprio una tazza di caffè!
Loro: «Il caffé, il caffè, sì, il caffè!))
Lei: «No, basta, sono stanca.))
L’altro: «Ha una chiave dietro la
schiena.»
Loro: «Il caffè,
il caffè, vogliamo il caffè! »
Lei: «No, basta, sono stanca. Penso che aprirò le finestre di questa stanza
e farò entrare gli ultimi raggi di sole prima che arrivi l’inverno.))
L’altro: «Ah, l’inverno!»
Loro: «Quale inverno? Il nostro
inverno o il tuo inverno? »
Lei: «No, basta, sono stanca. »
Loro: «Dicci, dicci: il nostro o
il tuo inverno.»
L’altro: «Ha una chiave dietro la
schiena.»
Loro: «Vogliamo il poeta
Pupazzetto. Poeta Pupazzetto parlaci della sofferenza,
sì, della sofferenza. Bravo, bravo! Viva, viva il poeta Pupazzetto.»
L’altro: «Ha una chiave dietro la
schiena.»
Loro: «Gira, gira!
Viva il poeta Pupazzetto.»
L’altro: «Così dice Fernando Pessoa. Poverìna le manca la
mamma, poverina, poverina. Su, andiamo a compatirla.»
Loro: «La mamma, la mamma, su poverina, poverina.»
L’altro: «Lei piange, ma non piange. Lasciatela
piangere, però non sta piangendo.»
Lui: «Smettila, stronza, imbecille, smettila,
smettila! Non riesco proprio a capirla. O fa le cose come si deve e per scelta,
altrimenti non riesco proprio a capirla.»
L’altro: «Ma lasciatela stare, non ha niente che non
va; sta solo pensando come fa il pescatore. Prima o poi
raccoglierà le reti; sta solo pensando, non c’è niente che non va. Il suo corpo è malato, il suo corpo è ripiegato e non
c’e niente che non va. Smettetela, smettetela!
«Preferisco essere ignorato con decenza e naturalezza»: così dice Fernando Pessoa. Un libro con tanti o pochi capitoli: questo è un capitolo così, ce n’è finché vuoi, fregatevene e lasciatela
stare. È tutto
perfetto, hanno detto. Sì, ci siamo dimenticati di andarlo a prendere a scuola e lui è
scappato di casa e hanno revocato l’affido. Poveri
genitori, calunniati, calpestati, esasperati. Lui è scappato di
casa, ma lascialo andare. »
Lui: «Smettila,
smettila!»
L’altro: «Lascialo andare; è in
confusione.) »
Loro: «Poeta Pupazzetto parlaci della confusione, sì, la confusione, vogliamo la
confusione. Viva, viva il poeta Pupazzetto. Parlaci della confusione.»
Lei: «È’
tutto verde e
sono tranquilla.»
Loro: «Viva, viva il poeta
Pupazzetto.»
L’altro: «Così dice Fernando Pessoa.»
Lei: «Questa notte ho dormito sul
divano e si stava bene lì.»
L’altro: «Coraggio, coraggio. Bisogna sempre andare avanti e affrontare le
difficoltà.) »
Loro: «Le difficoltà, parlaci
delle difficoltà, su poeta Pupazzetto, parlaci delle
difficoltà. Viva, viva il poeta Pupazzetto.»
L’altro: «Non può nemmeno andare a letto a dormire, resta seduta e guarda
l’orizzonte, ma dopo scenderà.»
Loro: «Non parla, non parla. Perché non parla con nessuno?»
L’altro: «Non vuole, non riesce, non se la sente.»
Loro: «Non
vuole, non vuole. Su poeta Pupazzetto dìcci che non vuole.»
L’altro: «Non c’è niente che non va. Lei farà tutte le cose che ci sono da fare. Non c’è
niente che non va.))
Lei: «Troppe sigarette sto fumando, troppe.
Tutto in un istante morirà.»
L’altro: «S’è fatto tardi, s’è fatto
sempre più tardi. Non c’è niente che non va. Si è
fatto tardi.»
Loro: «Su poeta Pupazzetto parlaci
del tempo che corre. Su, vogliamo il tempo che corre. Viva, viva il tempo che
corre.»
L’altro: Ma lei farà tutte le cose
che ci sono da fare. »
Lei: «Ho voglia di un caffè.»
Lui: «Perché non scendi, non vai
giù e ti dai da fare?»
Lei: «Non ho voglia.»
Lui: «Ma sai di quante cose non
ho voglia io? Eppure le faccio. Mettiti in gioco. »
Lei: «Sto già giocando un gioco
tutto mio: il gioco di non rispettare le regole. Chi rispetta le regole non
gioca più.»
Lui: «Ti prenderei a sberle, imbecille che non sei altro. Fai come ti pare, ma
ricordati che la partita la devi giocare.»
L’altro: «Ma perché non la piantate?
Lascia che si crogioli nel suo brodo e prima o poi la
smetterà. lgnorala con
decenza e naturalezza.»
Loro: «Viva, viva il poeta
Pupazzetto. Parlaci del tuo brodo, sì, il brodo.
Vogliamo il brodo; viva, viva il brodo. Viva, viva il
poeta Pupazzetto.»
Lei: «Ho sonno e vorrei un caffè.»
L’altro: «Non sa più cosa dire.
Lasciala stare perché non sa più cosa dire.»
Lui: «Stai attento a non cadere
ragazzino. Potrebbero riderti in faccia. Muoviti piano piano
nell’oscurità che avvolge quel parco. »
L’altro: «È nella sua torre, una torre di sabbia. Scappa, scappa.
Lasciala stare.»
Lei: «Una vena sottile di veleno scorre tra me
e loro. »
Lui: «Facciamola finita. Prendiamo
i martelli e buttiamo giù il muro. »
L’altro: «Scappa, scappa.
Lasciala stare.»
Loro: «Su poeta Pupazzetto, dicci che vuoi scappare. Viva, viva, vuoi scappare. Bravo,
bravo poeta Pupazzetto; è tutto finito.» Lei: «E tutto finito.»
Lui: «Lo so che è tutto finito.»
L’altro: «Ma il personaggio recita
ancora. Non c’è niente che non va, ma lei recita ancora.»
Lui: «Dille di smettere! Perchè
recita ancora?) »
L’altro: «Non vuole parlare e quando
piange non riesce a piangere perchè si sente osservata.»
Loro: «Viva, viva la telecamera.
Su poeta Pupazzetto parlaci della telecamera, la telecamera.
Viva, viva la telecamera.»
Lui: «Lo sai che quando ci sono le telecamere è perché vuoi essere guardata.»
Loro: «Sì, quando piange c’è la
telecamera. Quando piange vuoi essere guardata. Viva
la televisione, viva lei che sta piang e n do. »
L’altro: «Su, compatitela . Poverina sta piangendo. Smettetela! Lasciatela stare,
lasciatela sola, smettetela, smettetela.»
Lei: «Sta passando, sta passando tutto.»
L’altro: «Non c’è niente che non va. Lei farà tutte le
cose che ci sono da fare.»
Loro: Viva le cose che ci sono da
fare! Poeta Pupazzetto parlaci delle cose che ci sono
da fare.»
Lui: «Lei racconta un sacco di
frottole.»
Loro: «Perché lei racconta un
sacco di frottole?»
Lui: «Lei è Pinocchio che
racconta un sacco di frottole. Lei è l’Italia burocratica che racconta un sacco
di frottole, ma non può continuare all’infinito questa storia.»
Loro: «La storia, la storia. Vogliamo la storia, sì! Poeta Pupazzetto raccontaci la storia. »
L’altro: «Lei sta male, è in
confusione, ha paura di diventare una persona vera. Forse questa è la vera
storia. Non c’è niente che non va. E’ tranquilla
dentro; il suo corpo è malato, ma la pancia, la pancia
è tranquilla. Il suo cervello è in confusione. La faccia ...»
Loro: «E la faccia? Su poeta
Pupazzetto parlaci della faccia. Vogliamo la faccia. Viva, viva il poeta
Pupazzetto.»
L’altro: «La faccia è seria, non
parla, non parla. Questa è la vera storia.»
Lei: «Ma quand’è che il grillo
smetterà di cantare? Quando il grillo smetterà di cantare per capire quando il grillo smetterà di cantare.»
Lui: «Lei recita tutti, però se
ne sono andati via tutti. Lei è attrice di un teatro dimesso.»
Loro: «Che bello, che bello! Un teatro dimesso. Viva, viva il teatro dimesso.
Poeta Pupazzetto parlaci del teatro dimesso.»
L’altro: «Lei, quando è in camera,
parla da sola: si chiede e si risponde. »
Loro: «Che bello! La camera. Che bello! Si chiede e si risponde.»
L’altro: «Non c’è niente che non va.»
Lui: «Su basta, facciamola
finita. Ci sta prendendo in giro. Basta, basta,
facciamola finita. »
Loro: «Ci sta prendendo in giro,
ci sta prendendo in giro, facciamola finita,
facciamola finita poeta Pupazzetto. Raccontaci della fine. La fine, la fine, vogliamo la fine. Viva, viva la fine. Bravo, bravo poeta Pupazzetto. »
Lei: «Per quanto tempo durerà
questa battaglia, per quanto tempo durerà questa lotta così inutile dove non ci
saranno ne vinti, nè
vincitori.»
L’altro: «Per quanto tempo ancora dovrai nasconderti per
paura che qualcuno ti riconosca, per quanto tempo ancora dovrai continuare a
cercare qualcosa per accorgerti che davanti a te c’è il muro. Ma
forse un giorno troverai i colori e potrai dipingere su quella parete. Solo
allora potrai dire che il muro sta dietro, ma sarà
solo l’ennesima illusione, l’ennesima triste illusione. Potrai vedere i narcisi
dipinti e vestiti a festa, le dodici viole, le
margherite del campo e i rossi papaveri, ma tutto ciò che è resterà comunque.
Potrai vedere il volo delle anatre e i bianchi cigni dello stagno, ma tutto ciò
che è resterà comunque. Potrai vedere orizzonti lontani dove il cielo e la
terra si uniscono, dove il sole si cala nel mare, ma tutto ciò che è resterà comunque.»
Loro: «Il muro. il
muro, vogliamo il muro. Viva, viva il muro! Prendiamo i martelli poeta
Pupazzetto e buttiamo giù il muro. Prendete i martelli e buttate giù il muro,
il muro. Vogliamo il muro. Parlaci del muro poeta
Pupazzetto.»
Lei: «Prendete i martelli e
buttate giù il muro.»
Loro: «Viva, viva il poeta
Pupazzetto.»
Lei: «Penso che mi prenderò una
pausa e per un pò non scriverà più. Voglio aprire le
finestre di questa stanza perché c’è tanta aria viziata e bisogna farla
circolare. Farò entrare gli ultimi raggi di sole prima che arrivi
l’altro inverno.»
Loro: «La stanza! Quale stanza?»
L’altro: «Vuole aprire le finestre
della sua stanza. Cercava da tempo una stanza, ma la stanza non c’era.»
Loro: «Ma è la sua stanza. Vuole aprire
le finestre della sua stanza! Su, dai, apriamo le finestre della sua stanza!»
Lui: «Smettila! Quale stanza!
Lasciatela stare.»
Lei: «Fa già freddo fuori e non
c’è nessuno.»
Loro: «Fa già freddo fuori e non
c’è nessuno.»
Lui: «Fregatevene. Che v’importa! Se l’è voluta lei.»
Loro: «Fa già freddo fuori e non c’è nessuno.»
L’altro: «S’è fatto tardi, ma lei farà tutte le cose
che ci sono da fare. È solo
paura, non c’è niente che non va.»
Loro: «La paura! Viva la paura!
Bravo poeta Pupazzetto, parlaci della paura.»
L’altro: «Lei ha paura di uscire.»
Loro: «Di uscire da dove?»
L’altro: «Lei ha paura di uscire
dalla sua stanza.»
Lei: «Fa già freddo fuori e non
c’è nessuno.»
Lui: «Stupida, imbecille, che
cosa credevi di fare? Adesso ti arrangi. È inutile che ti lamenti perché te la sei voluta.»
L’altro: «Lasciala stare, non c’è niente che non va.
Lei farà tutte le cose che ci sono da fare. Non c’è niente che non va, lasciala
stare! »
Loro: «Ma non c’è nessuno fuori!»
L’altro: «Non è vero che non c’è nessuno
fuori. È solo lei che non se ne accorge.»
Loro: «Non se ne
accorge! Bravo poeta Pupazzetto, parlaci di chi non se ne accorge.»
Lui: «Ma che v’importa, sono affaracci suoi, si poteva
svegliare prima. Fuori solo i duri reggono il gioco.»
L’altro: «Ma lasciatela stare,
lasciatela sola, ha bisogno di ritrovarsi, di guardarsi intorno, non c’è niente
che non va, lei farà tutte le cose che ci sono da fare.»
Lei: «È difficile fuori.»
L’altro: «C’è il muro.»
Loro: «Il muro! Il muro!»
Lei: «C’è il muro...»
Loro: «Chi ha fatto il muro?
Prendete i martelli e buttate giù il muro! Chi ha costruito questo muro?
Prendete i martelli e buttate giù il muro!»
Lui: «Ma io non capisco. Se n’è stata fino adesso nel suo brodo e adesso pretende che
facciamo qualcosa. Lasciate che si arrangi!»
Loro: «Perché lasciate che si arrangi? Chi ha
costruito questo muro? Buttiamo giù il muro!»
L’altro: «Ma non c’è niente che non
va’. Datele tempo perché lei farà tutte le cose che ci sono da fare. Lasciatela
stare e smettetela! Lasciatela in pace, perché lei ha solo bisogno di tempo.»
Loro: «Ha bisogno di tempo! Bravo,
bravo poeta Pupazzetto, parlaci di chi ha bisogno di tempo.»
Lui: «lo non ho tempo da
perdere!»
Loro: «Parlaci di chi ha bisogno
di tempo.»
L’altro: «È solo questione di tempo e
anche l’inverno passerà.»
Loro: «E anche l’inverno passera.»
L’altro: «E solo
questione di tempo e anche il muro crollerà.»
Loro: «E anche il muro crollerà.»
L’altro: «E solo
questione di tempo e lei uscirà e qualcuno entrerà. »
Loro: «E lei uscirà e qualcuno
entrerà.»
L’altro: «È solo questione di tempo e
troverà la sua stanza.»
Loro: « E
troverà la sua stanza.»
Lei: «Ho freddo, ho
bisogno di una coperta in più.»
Loro: «Dov’è la sua stanza?»
L’altro: «La sua stanza non c’era e
non c’è.»
Lui: «Piantatela, mi fate ridere.
Non vedete che a lei non gliene frega niente? State perdendo il vostro tempo!
Lei sta bene così e di voi non gliene importa niente. Ci sta solo prendendo in
giro e voi dite «poverina, poverina.»
Loro: «Poverina! Poverina!»
L’altro: «Il sole arriverà a scaldare
anche la sua stanza.»
Loro: «La stanza! La stanza! Quale
stanza?»
L’altro: «La sua stanza non c’era e
non c’è.»
Lui: «Esci, esci da quella
maledetta stanza!!!»
Loro: «La stanza! La stanza! Quale
stanza?»
L’altro: «La sua stanza ancora non
c’è.»
Lei: «Ho sonno e vorrei un caffè.»
Loro: «Il caffè!
Il caffè! Bravo poeta Pupazzetto,
parlaci del
caffè. »
Lui: «Ma quale caffè? Lei deve darsi una mossa e
non statele
così appiccicati. Che si
arrangi, che si alzi, che esca da quella stanza! »
Loro: «La stanza! La stanza! Quale
stanza?»
L’altro: «La sua stanza ancora non
c’è.»
Loro: «Ma che esca da dove?»
Lui: «Dalla sua stanza!»
L’altro: «La sua stanza ancora non
c’è.»
Loro: «Una prigione! La sua stanza
è una prigione.»
L’altro: «La sua stanza ancora non
c’è.»
Lei: «Ho voglia di una
sigaretta.»
Lui: «Sì, ho voglia di un caffè, ho voglia di una sigaretta... Ma
quando ti dai da fare?»
Loro: «La sua stanza è una
prigione!»
L’altro: «La sua stanza ancora non
c’è.»
Loro: «Ma dov’è la sua stanza? Dov’è la sua prigione?»
Lui: «Ce l’ha
in testa la sua prigione, cosa credete!»
Loro: «Ce l’ha
in testa la sua prigione.»
Lei: «Prendete i martelli e
buttate giù il muro.»
Loro: «Ce l’ha
in testa la sua prigione, ce l’ha in testa la sua
stanza.»
L’altro: «Lasciatela stare, non ha
niente che non va. Lei farà
tutte le cose che ci sono da fare.»
Loro: «Ma la sua stanza è una
prigione!»
L’altro: «Lasciatela stare, non ha
niente che non va.»
Loro: «Ma la prigione è in testa!»
L’altro: «Lasciatela stare, non ha
niente che non va.»
Loro: «Ma la sua stanza è in
testa!»
L’altro: «La sua stanza ancora non
c’è.»
Lui: «Su, dai, andiamocene via e
lasciamola nelle sue prigioni.