GLI APPRODI DI ANTONIO SPAGNUOLO
Antonio Spagnuolo appartiene
a quella ormai folta schiera di medici-poeti (o di poeti-medici) che hanno
arricchito di non poche novità il panorama della letteratura italiana e
straniera del nostro secolo.
L’arricchimento non
è stato soltanto di carattere linguistico (si è scritto e si scrive giustamente
che i medici hanno, in qualche modo, portato una ventata di rinnovamento nel
lessico e nelle espressioni) ma anche umano. Io sostengo che il medico ha la
possibilità, evidentemente, di stare in contatto con le persone e può quindi
conoscere da vicino sofferenze e gioie, esaltazioni e abbattimenti. Chiaro che
non basta ciò a fare un poeta, ma se il contatto umano viene illuminato da un
tirocinio assiduo di studi sul linguaggio, allora non è difficile, poi,
trovarsi al cospetto di pagine ricche e nate da esperienze non astratte.
Spagnuolo ha
lavorato molto e fin dall’esordio la sua poesia si è mossa in un crogiuolo di
situazioni tra loro contrastanti che non hanno trovato subito soluzioni ideali.
Da una parte, quando egli comincia a pubblicare, si stanno consumando gli
ultimi fuochi della stagione neorelistica e dall’altra cominciano le prese di
posizione del Gruppo 63 e Spagnuolo resta un attimo frastornato dinanzi a
quell’arrovellarsi di eventi. Vuole scrivere una poesia che nasca dal profondo
della propria interiorità e non intende rinunciare a dare di sé un’idea esatta
e probante del suo essere, ma si rende anche conto che per dare incisività al
suo dettato bisogna che si scrolli di dosso i residui del passato recente per
evitare condizionamenti e per raggiungere esiti personali e originali.
Giovanni Raboni,
scrivendo la prefazione al volume Graffito controluce, nel 1980, coglie
pienamente le lacerazioni che vivono alla base di un mondo poetico i cui
fermenti vanno in crescendo e dalla poetica della parola trasmigrano
nel “difficile equilibrio tra i due estremi” del simbolismo e dell’ermetismo.,
“(anzi tra le due serie di estremi)... garantendone oltre e al di là della
compattezza formale, l’unità di senso — come oggetto segreto e profondo, come
metafora delle metafore”. Poi, però, Spagnuolo si allontana con disinvoltura
dai modelli a cui s’era abbeverato e tenta una strada tutta personale, lontana
dalle esagerazioni sperimentali tout-court e ancor più lontana dagli imperativi
simbolico-ermetici che volevano versi carichi di troppe risonanze, legati
strettamente alle ragioni intime del vivere, raffinati ed essenziali, e perciò
quasi privi di quella umanità così sempre presente in lui.
Sarebbe stato un
tradimento troppo palese e ingiustificato al suo modo di vedere e di sentire e
peraltro senza una qualche ragione valutabile in termini storici o estetici.
Così nasce Ingresso bianco, nel gennaio del 1983, quarantadue
composizioni senza titolo, in cui la nettezza espressiva si sposa in perfetta
sintonia con le tematiche che si estrinsecano in una dizione decisa e, direi,
robusta, scaltrita, perfino, ma che punta all’osso, per dirla con Cattafi:
Il Il sax ha in mente
opere
di Bach
suona uno schimmy insinunante
………….
In silenzio
di tutta Siena
per ultimo raccolsi i tuoi tratti
come fanno amanti a cercare
spazio
incollando reliquie.
Mentre
il tuo corpo
promette
sfumature
per
un risvolto di copertina
affiora dal tuo viso una notizia.
Siamo già a una
acquisizione matura, che ha saputo bruciare in breve tempo molte tappe e
raggiungere momenti alti, nei quali l’essenzialità del “referto” non si riduce
mai a elemento disadorno e sottratto al contesto, ma anzi si dilata sul
contesto per redimerlo o reinventarlo, ridargli vigore e nuova linfa.
La conferma viene
pochi mesi dopo, nel novembre del 1983,
con Le stanze, altri trenta testi anche questi raffinati e
profondi che, rispetto ai precedenti, mostrano più convinzione, maggiore
scioltezza linguistica ed espressiva.
Dall’ingresso bianco, quello che secondo Dino Campana conduce nella
imparzialità della follia e si contrappone al rutilare dei colori così
disperanti e disperati, si arriva alle stanze. Ma qui il Poliziano non c’entra,
sono stanze gelosamente custodite, dentro le quali sono accatastati i mondi
perduti e forse quelli futuri e dove 1e parole, dette e non dette, inventate o
troppo invecchiate, rose dal tempo e dall’uso, o ancora in mente dei, sono
pronte per l’agguato mortale, pronte cioè a diventare sostanza dell’essere
umano, del poeta Antonio Spagnuolo. Sono stanze in cui una ressa di sillabe fa
baccano cercando senso, nncorrendo, in una dinamica inusuale e perfino
bizzarra, il motivo vero della scrittura.
Quello che Mario Pomilio ha chiamato
“linguaggio bianco” non è una resa della parola, ma il coagularsi di un
sentimento che non trova soluzione e si abbandona alla deriva del non essere. E
se la parola non è, pur visibile nel significante, vuoi dire che una crisi
l’attanaglia e la rende serva del disfacimento. Eppure non èil niente a
imperare e a dettare legge: Spagnuolo ha dinanzi a sé la sensazione precisa
della morte delle sillabe e sa, però, che dalle ceneri rinasce il nuovo senso.
Bisogna tagliare la testa ai mondo, come ci mostra nel suo meraviglioso libro
Canetti, se vogliamo ritrovare la vita nelle sue pulsazioni, se vogliamo
togliere muffa e inerzia dai segni che fanno la scrittura. Così, e lo ha detto
molto bene Corrado Ruggiero, Spagnuolo va “verso altro luogo” a cercare le
nuove dinamiche dei significati, i nuovi sensi del divenire, perché “Le stanze
rinviano a uno scavo, a un procedere in verticale (scendendo da una parte e
insieme, su altro versante salendo)”:
Reciti sostanze
comuni gesti a vergate
trasferisci itinerari
Calèmano fuggiamo argille
riprovi storia d’altri
granulòmi
abbeverami a
nuvole sgomentano filtrati calchi
scoppio
nell’inferno sottosmagliate spoglie tradisci linguaggio a croce
Borosàuri
accettano
incertezze.
Come si può notare agevolmente, Spagnuolo si lascia
andare a evocazioni che dopo l’inizio si trasformano in una realtà che a sua
volta evoca senza distinguere tra il poeta e il mondo, tra ciò che è accaduto e
vissuto e ciò che potrebbe accadere. Il rovesciamento della prospettiva crea
tensioni forti che non permettono percorsi logici usuali. Così realtà, sogno,
finzione, utopia, allucinazione, sentimenti, emozioni, si coalizzano e si
stagliano in una dimensione del tutto inaspettata, capace di sconfinare oltre
ogni apparenza e determinare una liricità che sembrava eliminata e che invece
arde in ogni piega di metafora, in ogni balbuzie visiva:
Ricompongo forme
spogliate
testimonianza di
un sospetto:
disperderci a
finestre
— prendi nota
—recide l’aneurisma
gradini
mari
avresti trovato
per dragare
lotta con me
stesso...
Dietro ogni poesia di Spagnuolo c’è un dramma. Egli vive la realtà con
la curiosità avida di chi vuole squarciame i segreti, lacerarne i veli e, nello
stesso tempo, con la consapevolezza del-l’impossibilità a poter andare oltre
l’apparenza. No, non è il gioco pirandelliano che lo affascina, quanto lo
scontro tra umano e divino che, negli anni più recenti, troverà approdi di
poesia alti sul fronte della spiritualità, come vedremo, con le venticinque poesie intorno alla Croce.
Fogli dal calendario, del 1984, non gioca a nascondino con le
verità più crude e quasi ogni pagina affronta il tema del corpo, della
malattia, del disastro che nell’uomo si apparecchia senza ch’egli possa
intervenire a modificare il corso degli eventi. Questa impotenza attrae e
respinge, dà il senso della ineluttabilità e pone tuttavia la speranza a un
bivio e di conseguenza la spiritualità si assottiglia, trova barlume di
demenza, di disperazione, di affondi in luoghi inesistenti e che comunque si
intravvedono al fondo d’una luce guasta e come striata di note musicali.
Tutto sembra dissolversi, andare verso il
silenzio eterno, verso il luogo dell’assenza, anche la poesia, e invece Spagnuolo
ha un moto di ribellione, non si arrende e trova lo spiraglio per disinnescare
la scala che porta all’abisso. Tutto questo, come ci segnala G. Battista
Nazzaro, è portato avanti, in Fogli
dal calendario, con
dissonanze palesi e reiterate, capaci di dare una misura ampia dell’angoscia
che attanaglia il poeta:
Ho mascherato per ogni recidiva
una sull’altra
le note di Mahler
mentre riavvolgi coccole
affascinato a scricchiolii
di cardini.
Aggiungi una copia del tuo tempo
alle crepe imputate
ho assaporato la tua distanza
un incontro compresso nella grata
combatto il governo degli spasimi
I’ endoarterite;
smembro i delitti
a capofitto nella piazza.
Tranne che nella parte centrale di Candida (1985), cioè nel poemetto Melania, Spagnuolo
per la prima volta intitola le sue poesie. La crescita, rispetto ai libri
precedenti, è evidente: scatti lirici meglio risolti, maggiore amalgama del
linguaggio scientifico adoperato con il linguaggio di sempre, temi trattati
fuori da ogni schema formale. Spagnuolo, finalmente, giunge al libro della
maturità e quella sua persistente idea della poesia impossibile senza la
psicanalisi qui trova una realizzazione direi convincente. Mario Pomilio
sottolinea “il valore prelogico della poesia di Spagnuolo, la natura d’un
linguaggio che non mira in alcun modo alla “sintassi”, ovvero, se si
preferisce, rimane al polo opposto dai processi aggreganti che sono tipici
della comune espressività, e invece è come se perseguisse la scommessa di
misurarsi con quanto c’è di albicante, di preconscio, di aggregato, di
informale nella nostra esperienza mentale. A servirci d’un paradosso, diremmo
quasi che qui la parola interviene a manifestare ciò che sta anteriormente
alla parola, il pensato allo stato ancora amorfo, i materiali prima che si
coordinino, i reagenti insomma della nostra esperienza intima sorpresi allo
stato prenatale e quasi fetale, prima comunque che si siano subordinati a
quella che per convenienza chiamiamo la coscienza e invece vagolano ancora al
fondo del nostro es alla ricerca d’un coagulo”, che non mi
sembra riguardi soltanto Candida,
ma tutta la produzione
poetica di Spagnuolo che, anche quando vaga per le strade di Parigi, non sa
rinunciare alla solitudine, all’angoscia, allo sguardo disturbato dalle analogie.
Nei titoli si poteva appena scorgere una
pausa per riordinare l’itinerario almeno esteriore e invece tutto viene
collocato all’intemo del proprio ritmo vitale e tutto si fa ombra che
s’allunga su uomini e cose: “riporta inganni il tuo copione”, “Sconosciuti i
tuoi occhi! divorano improvvise taglie”, “Manca il sapore pieno della sera”,
“Il colombo ti guarda interdetto”. Questo dato interiore psicologico, o forse
psicanalitico, si espande in tutta la sua portata e convinzione in Melania:
Intaglio primavere guaste.
Tramuta cantilene
in gramaglie
ogni attimo
staziona nella mente
presagi di
mercurio,
vertebra porosa a sghembo
scrolla
l’orizzonte:
spazio come memorie
e leucociti
vuoti -- dissezione.
Lampi di settimane
entro squarci di protesi
risucchiato
resecato
fisso aguzzi contatti.
Le altre sezioni ritornano coi titoli alle
varie poesie e c’è un improvviso rasserenarsi della sintassi, quasi che
l’essere scesi nelle profondità del proprio essere abbia prodotto un collasso
delle dissonanze e per ritrovare il ritmo giusto abbia bisogno di ricomporre la
realtà nel suo fluire quasi usuale:
I tuoi simboli sbarrano l’occhio
una piazza barocca
malizia sorprese.
Sono sospeso ai libri
ai raggi laser
forse per sicurezza.
Durante tutti gli anni ottanta la poesia
italiana si è mossa su diversi fronti intersecando esperienze e prendendo
sbandate di ogni genere. Anche alcuni dei poeti che contano, in quegli anni, si
mossero in maniera maldestra, indecisi sul cammino da seguire, incerti se
restare fedeli a se stessi o abbandonarsi ai richiami delle sirene
dell’attualità, della moda. Antonio Spagnuolo resta fedele al suo mondo, alla
sua espressività, e gli va dato atto che
questo modo di fare lo ha spinto ad andare in profondità nella sua
ricerca e a darci sorprese in un crescendo, pur nella coerenza alla propria
visione della vita e della poesia, ogni volta pieno di soprese.
Quando nel 1987 Spagnuolo pubblica Dieci poesie d’amore e una prova d’autore il “fascinoso splendore” di cui parlerà, poi,
Giorgio Barberi Squarotti è già palese. L’eros, che era comparso e ricomparso a
segnare, in ogni raccolta, itinerari accesi, fuorvianti, insistiti, densi di
bellezza e di scontrosa affabilità o di ritrosia, in questo libro si apre ai risvolti
più impensati, alle alchimie più inquiete. Se Leopardi aveva intriso di un’aura
angosciante alcune istanze di Spagnuolo e ne aveva risolto nodi che altrimenti
sarebbero sfociati in risvolti troppo crudi, nel rapporto eros-thanatos
Spagnuolo scaccia l’ombra e le teorizzazioni leopardiane o romantiche in
generale e instaura un nuovo tipo di rapporto imperniato sullo strazio senza
godimento, sulla morte che è buio eterno e mai contropartita dell’amore. Una
complicata gerarchia di valori si interseca e comprime idee e sensazioni e le
pagine di Dieci poesie
d’amore e una prova d ‘autore diventano
emblema di una irrisolta presenza che via via si muta in assenza fino a
diventare sordo rimbombo dell’essere umano.
Almeno bruscamente interrotto
in fotogrammi precipito
a riempire il mondo che sparisce:
non puoi scomporre la nostalgia
dei gabbiani,
tocco con il tuo sorriso,
ha preso
l’orizzonte trasparenze,
un taglio
saccheggiato
dalla rima impossibile.
Anche quel che c’è di surreale in Spagnuolo assume
una prospettiva insolitamente reale e drammatica e riesce a darci la sensazione
di trovarci costantemente dentro stanze ermeticamente
serrate, senza finestre, senza spiragli, dove ciò che conta è l’impercettibile
sussurro di un insetto, l’idea del niente a supporto della concretezza che ha
voci neutre e sconcertanti:
Il glossofaringeo provoca otalgie attraverso vecchi sovrumani
scantinati
c’è chi vanta amori protratti chirurgicamente radici olfattive nel
drenaggio di esplorazioni
È vero, Spagnuolo rifiuta “una sintassi vincolante, sul piano del
linguaggio come su quello del senso”, come afferma Alberto Asor Rosa, ed è vero
che “si tratta di aggregati linguistici particolarmente sofferti e posti in
uno stato di irreversibilità perenne rispetto alla fluidità delle ricordanze”
(G. Battista Nazzaro) e tuttavia non si avverte mai d’essere in balia di
approssimazioni, perché tutto nasce dalla consapevolezza che il disfacimento
dell’essere e della poesia avviene sull’uomo e dentro l’uomo e non in astrazioni
linguistiche, in manuali di grammatica o di retorica. Ecco, il dato più certo
della poesia di Antonio Spagnuolo èquello di non disgiungere la parola dalle
cose e di amalgamare, sempre, la presenza fisica dell’essere a quella
spirituale. “Volgendo le spalle alla manchevolezza presente, l’aspirazione
dell’artista si ritrae, sino a raggiungere nel suo inconscio”, sono parole di
Carl G. Jung, “l’immagine primordiale che potrà compensare nel modo più
efficace l’imperfezione e la parzialità dello spirito contemporaneo
Il tempo scalzato (1989) segna, a mio avviso, una svolta. I
versi nascono, quasi tutti, da “occasioni”, magari irrilevanti, e
perentoriamente reclamano attenzione. Finora Spagnuolo aveva detto ogni cosa
con pacatezza, con fermezza certamente, ma senza quel piglio acceso che non
ammette deroghe. Adesso la sua poesia si obiettivizza maggiormente forse perché
al linguaggio scientifico è stato aggiunto quello filosofico. Cosìcchè la
dizione ne risulta più compatta e perfino le notizie della quotidianità
assumono una rilevanza che prima era appena un cenno:
Telegiornale a canto d’usignolo
(analfabeta)
e la furia d’un brutto sogno
mostra lacune all’inesauribile
Gli esempi potrebbero moltiplicarsi; l’impressione è, comunque che
Spagnuolo sia uscito, con Il
tempo scaduto, dalla strettoia
delle stanze (quale che fosse la valenza di queste ultime,
positiva o negativa) e sia arrivato a una sorta di canto che si serve ormai della musica a cui viene affidato il compito di far
rivivere gli echi perduti, di ritrovare
il candore della bellezza
sopita o abbandonata. Si leggano gli incipit delle composizioni di questo
volumetto: “Una grondaia di virgole e urla”, “Nostalgia di una nuvola”, “Hai
camminato sulle mie parole”, “A rosicchiare i ricordi”, “Molte volte ad
attendere in ardesia”, “Ripercorrere il tempo dissipato”, “I ruderi raccontano
la storia”, e si avrà la certezza di trovarsi in un guado da cui il poeta
potrà uscire idenne se non mortificherà la sua natura lirica, se non la
mutilerà a favore di una eccessiva concretezza, come a volte era avvenuto in
precedenza.
Le stesse affermazioni si possono fare per Il gesto/Le carne-
- lie (1992) che vinse il Premio Aldo Spallici dell’anno precedente. “Ancora
una volta l’eros di Spagnuolo punge e richiama”, come ha scritto Carlo Rao, ma
si respira già un’aria più leggera e i versi hanno qualcosa di suggestivo e di
elegante, quasi di ‘mprendibile, come se uscisserro dalla convinzione che ogni
parola è un respiro che subito si perde. La musica ha trovato note alte, la
sintassi reclama un suo ruolo, le immagini si stagliano con gioia di esistere e
quella perentorietà che poteva in qualche modo scalfire un rapporto genuino con
il sentimento delle cose, sfuma in dettato dolce e, finalmente, ci fa entrare — senza
più smarrimenti — nel giardino incantato del cuore di Antonio:
Disillusa dai tocchi della brezza
potrai tentare stilemi variopinti:
il tratto dei cespugli,
le certezze, gli indugi,
il graffio dei pennelli
dove intoppano i sogni.
Rompo colori e spazi alla rinfusa,
contro il rimpianto delle tue moine,
intesso labirinti per l’inganno
rimpiazzato a violenze di camelie.
Spesso sbagliando accordi
credevo d’ annullarmi:
era tempo d’ ebbrezza
Ora l’azzurro stacca
il sorriso del gesto ripetuto.
Resta la spinta a scandagliare nel subconscio
e nell’inconscio e resta quella carica erotica che vivifica ogni verso del
poeta, ma ormai l’apertura verso il significato è avvenuta e si fa arduo il
compito, perché nello svelamento delle cifre del proprio essere potrebbe venir
fuori anche la precarietà di un senso mai cercato e mai condiviso. E Spagnuolo
evita i rischi e non cade nel tranello, non si abbandona al canto pieno che
pure, forse, potrebbe sostenere. Dosa pause e accordi, proprio come un
musicista che conosce la durata del tempo e ne fa tesoro. Così Dietro il restauro (1993) nasce ne “La dimensione della
conoscenza... eonnaturata alla visione che il poeta partecipi alla sua età” e
nella prospettiva che “ogni testo deve consistere di vita propria, essere una
fonte originaria di bellezza e divenire segnale fissato, evidente, della
nostra contemporaneità”. Ciro Vitiello individua immediatamente la peculiarità
di questo libro e della poesia di Spagnuolo il quale, poi, nel Pre/testo ribadisce che “La poesia coincide con l’Eros ed in essa si identifica
per quella forza necessaria ad interrompere il sopraggiungere di Tanatos”.
È come se Spagnuolo volesse tracciare un lungo viale che va dall’amore alla
morte (si badi, non dalla vita alla morte!) e in questo viale porre la
battaglia della conoscenza, quella che dovrebbe permettere all’uomo di andare
oltre il visibile, oltre l’apparente e portarlo nella dimensione che dilacera
le “ristrettezze del prevedibile”. È giusto, se la ‘poesia
non fosse questo viaggio, o almeno questo tentativo di viaggio per strade improbabili,
per salite irte, per seoscendimenti franosi, sarebbe il viaggio di un commesso
che cerca di vendere i suoi prodotti senza risvolti d’altro genere. La
consapevolezza di Spagnuolo è illuminante e suggestivo è l’invito a rubare i
segreti intravisti attraverso l’eros.
Ciò fa intendere che Dietro il restauro è libro complesso. Da una parte riprende
alcune costanti della poetica di Antonio
Spagnuolo, dall’altra pone in essere problematiche nuove, dentro forti
tensioni, dentro grovigli di connessioni che certamente non risolvono il dato
esistenziale, ma lo pongono fuori dal erogiuolo indistinto della genericità.
Spagnuolo non vuole, non ha mai voluto vivere
nella incosapevolezza e nel buio dei passi e con la vita ha combattutto all’arma
bianca, senza dare e senza darsi tregua, in modo da poter comprendere quale ne
sia il senso, il fine. Ha opposto al Vangelo “l’azzardo delle rose”, ma il
mistero è rimasto intatto e senza preavvisi ribalta gli scenari; sconvolge i
calendari:
Da un improvviso muscolo
trapasso furti al tempio di mio padre:
conteso a rughe
sorrido alle domande appena matte
delle tue carezze.
Ho notato che una costante, via via
accentuatasi, nella poesia di Spagnuolo è il ricorso alle arti figurative e alla musica. Sarebbe interessante un riscontro in questa
direzione per renderci conto di come egli abbia attinto a quei mondi paralleli
per tonificare e arricchire il suo linguaggio. Egli non ha dunque utilizzato
soltanto il vocabolario della medicina, della fisica, della chimica per uscire
dalle pastoie del risaputo e sfaldare gli even,ti per un eventuale riordino
non più scandito dagli arehetipi, ma ha cercato i parametri là dove, adesso,
l’uomo ha posto la sua attenzione, al mondo delle immagini e dei suoni. Fedele
quindi a una “attualità~~, “ancora un tentativo/riavvolgere le immagini
cadute”.
C’è una delle composizioni del libro, la 28a,
che mi sembra emblematica per comprendere
appieno il percorso della poesia di Antonio Spagnuolo. Sembra anzi essere una
sintesi della sua visione della vita, del suo modo di essere fuori e dentro i
fatti:
Sono passati i corpi:
rimangono i segnali del
tuo fianco
che hanno riempito il mio
tratto.
Non più le stoffe
d’una poltroncina
avvinghiata alla
stampatrice,
compagna
dell’aritmia dei lembi.
Per eccessive
occasioni
l’angolo
impazzisce in sorrisi
prima dei
resoconti familiari
ed in frasi
sconvolte di violenza.
Perché ho creduto
nelle sconnessioni,
sino a
raggiungerti nelle tue parole,
di colpo ho
sbandato nel cielo.
Siamo “tra empirismo e fantasia”, direbbe Michael Hamburger, e poiché
la vera poesia e sempre rivolta a nessuno noi vediamo che Spagnuolo obbedisce
alla constatazione di Benn proprio in virtù del fatto che rivolgendosi a
nessuno si finirà per arrivare a tutti se la condizione descritta si fa nota
universale.
A conclusione di Dietro il restauro Spagnuolo ci offre due distici e una quartina
per suggellare questo suo apparente “ritorno” al se stesso di prima, a me però
non sembra un “restauro”, ma piuttosto una rigenerazione, un auto da fe’ che,
ponendo sul tappeto l’intero itinerario della vita, non si sfilaccia in
patetici pentimenti, in occasione di rimpianto. Il mito di Orfeo affiora in un
sotterfugio magnifico di finzione: “Sarò invitato ad un rifacimento / per
essermi voltato”, ma Euridice non muore, né viene risucehiata dal vento del
nulla. L’aceadimento è soltanto un invito, tanto che il poeta può inciampare
nei temi e confondere “spigliatezze con rancori”, e mescolare colori con
l’inesperienza della sua donna. Una donna sempre presente, viva, palpitante,
che a volte è luce e a volte è tentazione, a volte una imperscrutabile
chimera, ma più spesso corpo e anima che sa restare attaccata alla terra e sa
anche volare alto. Eppure Spagnuolo non insiste mai su questa presenza che
sembra trasmigrare tra i versi come un vento senza direzione, come un cielo
celeste che prodiga luce, come una dannazione della quale non si può fare a
meno.A un certo punto però la vita restringe gli spazi e l’unico spazio certo e
vero rimane il corpo di lei, rimangono i suoi occhi, i suoi gesti, il caldo dei
seni:
Nuda al fondale tu che ridi, ardente,
limitavi la resa alle vetrate.
Attenta nel rossore
segnavi passi e sorrisi
spezzando la prima sigaretta
oltre il ricordo al mattino.
Hai lasciato rispondere le fiabe
prigioniere dell’alba.
Siamo ad Attese (1994) che non
esito a definire uno dei canzonieri d’amore più belli che abbia letto. Qui
dolcezze e incanto, amore e disincanto, tenerezza, ardore, profondità di sentimenti,
emozioni sottili e sotterranee affinità elettive tra gli esseri e la natura si
fondono in una sinfonia che non risparmia né il cuore né la mente. Spagnuolo,
per un attimo, ha abbandonato le angosce e i dolori, i lutti, i peccati, le
brutture, per giungere a una radura in cui a contare sono parole e fatti nati
dall’autenticità del sentire.
E non v’è mai un eccesso, un dato che sia
soltanto personale:
Dove segna la mente
sono sempre a origliare
la tua semplice gonna.
Negli incubi sciarade le tue imposte
piene di sospensioni:
chiudere i conti è amore.
Sono appena due esempi di poesia amorosa che
giunge con facilità a tutti. L’amore, infatti, non esclude, include il mondo,
lo fa proprio, lo esalta.
Mi pare, quindi, che con Attesa avvenga una ulteriore svolta in Spagnuolo: l’anima si apre, esce dal
deserto e si affida alla complicità del sogno degli altri. Adesso sì, le parole
di Giuliano Manacorda prendono senso, perché la “chiamata di correo” e
determinata da una spinta a crescere e non a nascondersi e a difendere la
condizione di isolato e angosciato:
nessuna parola prende fuoco
dove ancora s’allungano al carbonio
nuvole e arabeschi.
Ho perduto il segreto.
Dall’amore cantato in pienezza e con accenti
di soffusa sensualità, con abbandoni che escludono il peccato e portano in un’
aura d’innocenza lieve che sa di paganesimo sano e robusto, il passo (non
sembri un azzardo) verso la poesia religiosa èbreve. Ma prima d’arrivare a Io ti inseguirò, alle famose “venticinque poesie intorno alla
Croce”, Antonio Spagnuolo dà alle stampe altri versi su Disordinate con vivenze (1996), a cura di Giuliano Manacorda. su In atto di poesia (1997), a cura di Alberto Cappi, e su Ordo Italicus ((1999).
La poesia di Spagnuolo si è fatta più
intensa, più ricca di risonanze, perfino più aperta, anche se sempre corrono da
una espressione all’altra e da un verso all’altro coincidenze e analogie
intricate e sempre preziose.
La maturità invece di stemperare l’impeto
poetico di Antonio lo ha maggiormente acceso, ora le sue poesie hanno una
trasparenza adamantina, anche quando la semantica diventa accumulo di richiami
e di rinvii, connessione improbabile di un processo assurdo che punta a
risolvere gli enigmi.
Alcuni degli inediti nelle tre pubblicazioni
citate danno la misura, più che di un cambiamento, forse di una conquista ponderata
e resa in termini di intensità. Ed è abbastanza strano un fatto: in Montale per
fare un solo esempio, i colori, raccolta dopo raccolta, spariscono e si fa
presenza rigida il grigio o il nero; in Spagnuolo avviene, in una certa misura,
il contrario. Più la vita va verso il traguardo finale e più Antonio ne sente
il fascino, la bellezza, il senso della perdita. Ed è per questo che
Il luogo adesso è nel
confine, nel solstizio di ogni mia ferita, attraversato da fruste
al breve corpo dell’estate:
unica tortura la rosa
nel mezzo del tuo ventre
Nel 1999 Antonio Spagnuolo pubblica Io ti inseguirò, a cui ho già accennato.
In questa raccolta l’umano si mischia al
divino in una tormentata e mai definitiva battaglia per la catarsi. Attratto
dalla croce, Spagnuolo non vi s’abbandona totalmente, forse perché già la vita
è crocifissione, calvario, specialmente per un medico che di sofferenze cerca
di gestirne ogni giorno. Ma non è tanto la sofferenza degli altri che in queste
poesie viene messa in gioco, quanto l’impossibilità a farsi simbolo di un se
stesso martoriato e donato agli altri come una benedizione.
Ancora v’è troppa ansia e troppo corpo nel
poeta, e v’è un deserto non tutto attraversato, nubi affastellate, cumuli di
angosce appena appena portare allo scompiglio grazie all’amore. L’Amore, con
la maiuscola è lì, ma sembra sfuggire, perché
La Tua forma non è ancora intagliata
ed io traghetto monologhi
e illusioni.
Ancora Spagnuolo è troppo dentro l’umano per
accettare d’essere croce; ci prova, sente che il dolore non è sopportabile, che
occorre altro che la buona volontà. L’eros non basta da solo a sorreggere il
mondo, a lievitarlo. Thanatos suggellerà la fine, darà anche il principio, ma
il poeta è smarrito dinanzi a un amore che esuli dal proprio traguardo
individuale e pone la domanda da piccolo essere sperduto:
A chi porgo il mio inno
perché il mondo diventi migliore?
Gennaro Matino ha detto bene, “Anche quando
la croce, in lembi di città
divise diviene solo un vago pensiero che pure incatena, i più
gravidi versi di Spagnuolo sono preghiera che non conosce menzogna: Fiumi non ascoltati / luoghi dannatamente
senza rifugio / senza una pausa
(2000)