CRITICA
Rodica Tanasescu Vanni è un’artista educata all’arte nel
suo paese d’origine e giunta a cimentarsi col vetro nelle fornaci di Murano. Il
suo lavoro vetrario rivela chiaramente la doppia matrice, rumena e veneziana,
da cui scaturisce.
Il vetro veneziano come forma d’arte nasce in vetreria,
si sviluppa grazie alla tenace e progressiva rinuncia, da parte del maestro
vetraio, al virtuosismo tecnico, che spesso è la ragione del suo prestigio,
poichè esige il controllo assoluto delle possibilità decorative della materia,
potenzialmente dotata di una eccezionale policromia, di inusitate morbidezze
plastiche, di suggestive trasparenze. Il passaggio dall’artigianato all’arte,
se vogliamo esprimerci per categorie, è segnato quindi a Murano dalla sofferto
riconsiderazione critica di una tradizione artigianale antica e prolifica, che
l’autore sfronda del superfluo a fini espressivi. Della tradizione egli
comunque rispetta e valorizza l’alto livello della lavorazione a caldo, che
risalta poi nell’opera finita sotto forma di modellato fluido e privo di
asperità.
L’arte rumena del vetro è nata invece, recentemente, nel
mondo delle accademie, dove alcuni giovani artisti hanno seguito l’impulso di
sperimentare il vetro come medium artistico, accanto ai materiali canonici
dell’arte. In un paese privo di una prestigiosa tradizione vetraria, non era
necessario affrancarsi dalla tentazione di frivolezze decorative, era possibile
agli artisti un approccio diretto e sperimentale col vetro, senza l’ausilio di
raffinatezze tecniche, che comunque a volte possono costituire un limite
fortemente condizionante. Con le tecniche più varie, anche rozze, gli artisti
rumeni hanno realizzato fin dagli anni settanta opere cariche di forte tensione
ideale ed emotiva.
Rodica Tanasescu Vanni nel periodo dei suoi studi
all’Accademia di Belle Arti a Bucarest, dove nei primi anni settanta ha
frequentato i corsi di scultura e di affresco monumentale, si è lasciata solo
marginalmente coinvolgere dalle ricerche vetrarie dei suoi colleghi di
Accademia. È stata invece colpita, come per folgorazione, dalle possibilità
insite nella tecnica veneziana della lavorazione a caldo del vetro in occasione
di una mostra nel suo paese di una collezione vetraria della Fucina degli
Angeli, quasi prefigurasse il destino di una vita a Venezia, che l’aspettava di
lì a poco. Il fascino del vetro massiccio modellato a caldo l’ha portata a
confrontarsi col materiale, nuovo per lei, una volta trasferitasi a Venezia.
Scegliendo nel 1972 come suo primo interprete ed
esecutore un eminente maestro della plastica in vetro, Loredana Rosin, ha
iniziato un ventennale cammino in collaborazione con alcuni tra i migliori
maestri di Murano.
Con questa scelta ha optato per le morbidezze plastiche,
a fronte degli aspri sperimentalismi dei suoi colleghi d’accademia, mostrando
di percepire il materiale vetro nelle sue qualità più autentiche, la purezza
della trasparenza e la duttilità allo stato incandescente. Fatta questa scelta
di base non poteva improvvisarsi esecutrice delle sue opere ricorrendo a
tecniche lontane dalla tradizione. È entrata in fornace, ha scelto i suoi
maestri e ha iniziato un rapporto coi vetrai che, per un artista, è in sostanza
un faticoso “braccio di ferro” per imporre all’esecutore la propria visione. Non
vi è dubbio che vi è riuscita perché le opere da lei realizzate in tempi
successivi con Loredano Rosin, con Ermanno Nason, con Pino Signoretto, con
Licio Zanetti, con Oscar Zanetti recano la sua impronta e non quella del
maestro, che pure ha contribuito in misura fondamentale a garantire la qualità
del modellato. Anzi si può affermare che nel lavoro di alcuni maestri,
posteriore alla collaborazione con Rodica Tanasescu, resta una traccia evidente
della impostazione plastica delle opere firmate dall’artista rumeno-veneziana,
L’impronta di Rodica Tanasescu sul vetro è denotata fin dall’inizio dalla
severità scultorea derivatale da una educazione lontana dalle frivolezze
artigianali, impostazione che la avvicina agli artisti rumeni del vetro, pur
lontani da lei nei risvolti tecnici del lavoro vetrario. A differenza degli
artisti italiani che nei primi lavori vetrari si lasciano spesso lusingare
dalle potenzialità decorative del materiale ed a fatica giungono ad un maggiore
rigore formale, non si è mai lasciata attrarre dai risvolti giocosi del lavoro
vetrario. Non vi è una fase “artigianale” nel cammino vetrario di Rodica
Tanasescu. La sintesi plastica delle forme è un carattere che la accompagna fin
dalle prime realizzazioni, che pure sono intimamente vetrarie nelle morbide
superfici luminose e nelle trasparenze mosse da dense zone d’ombra all’interno
della massa, nella valorizzazione della dimensione interna dei volumi,
dimensione che contraddistingue la struttura in vetro. La severità della
concezione, che non viene mai meno, si attenua significativamente nell’opera
per cui neI 1989 Rodica Tanasescu ha ottenuto il prestigioso Premio Murano,
un’opera decisamente “muranese’ e quindi più comprensibile ai critici ed al
largo pubblico, coerente però con il linguaggio espressivo dell’artista.
Rosa Barovier Mentasti
Venezia, 19 febbraio 1997
Rodica Tanasescu. Un artista implacabile, carica di
passione, sensibile a tutto e in ogni direzione. Tanto l’affascina il mondo
dell’inconscio da buttarvisi con affanno e senza soste. Di questi suoi fondali
tenebrosi, la Tanasescu trae immagini che spesso scivolano in una specie di
forme senza nome e comunque sollecitanti la fantasia. E’ palese la sua origine
di scultore, tanto da creare non poche perplessità - ma quanta costanza da
lavoratrice instancabile! Con un carattere tanto deciso, quasi testardo si può
arrivare lontano ed è quanto le auguro.
Venezia,
1975
Mario
Deluigi
In una sintesi della sua produzione recente, Rodica
Tanasescu Vanni ci offre alcune indicazioni interessantissime. Anzitutto le due
grandi sculture in poliuretano espanso: sono forme femminili. di icastica
essenzialità che paiono vivere in un’aura antica e, insieme, moderna. La prima
impressione ci riporta ad un mondo proto-greco. dove le suggestioni della
scultura egeo, così pure misteriosa, si mescolano ad un clima di riporto che
potremmo dire di Art Déco. Si tratta di due poli estremi di un discorso
plastico che si snoda con grande eleganza, sotteso da un sottile simbolismo che
discende forse (lo Tanasescu è romena e il riferimento potrebbe apparire
persino ovvio) dalla lezione di Brancusi. Certo è che questi due nudi, tra loro
dialoganti nel loro semplice ritmo, esprimono un senso di maestà arcaica ed
anche di intima affettuosità. Li accompagnano due grandi disegni preparatorii,
da cui si intuisce la tensione all’estremo rigore formale che guida la giovane
artista.
Ai grandi torsi si contrappongono due piccoli preziosi
bronzetti. In essi l’impostazione è simile, ma l’esecuzione avviene con un
plasticismo più morbido e screziato, dove si sente il tocco modellatore della
mano: forse anch’esse arcane di un naturalismo che slitta impercettibilmente
nel mito. Anche il vetro presentato in questa mostra pur nell’apparenza
astratta, allude od uno scambio di amorosi sensi: sono due forme, una
lievemente opaca e l’altra trasparente, che si sovrappongono e quasi si
uniscono. Qui si rivela la sensibilità dell’artista, la sua propensione per la
fluidità e sinuosità delle forme, nonché la sua esperienza nell’arte vetraria,
svolta in collaborazione col maestro Licio Zanetti.
Venezia 1989
Paolo Rizzi
La qualità allusiva della forma è il carattere più
evidente dell’arte di Rodica Tanasescu. In ciò questa scultrice e pittrice
romena appare come una ideale discendente di Costantino Brancusi, non a caso
anch’egli romeno. La forma è studiata e capita nella sua essenzialità, nella
purezza della sintesi e, insieme, nello sua vitalità naturale. Le radici stanno
appunto nel rigoglioso sviluppo che la forma assume allorché si inserisce nel
suo ambito naturale e da esso trae forza: si tratti di una pianto o di una
figura umana. Rigore strutturale, quindi, e tensione di vita.
Nella sua ormai lunga attività a Venezia, Rodica
Tanasescu ha dimostrato il suo valore in molte occasioni e attraverso molte
tecniche. La sua attitudine alla forma plastica l’ha portata a misurarsi con il
difficile cimento delle fornaci muranesi, realizzando vetri che hanno avuto
anche un successo di prestigio, come nel caso di primo premio assegnatole da
una importante giuria nel concorso del Premio Murono 1989. Interessanti sono
anche i bronzetti da lei eseguiti, come la serie recente di quattro soggetti:
“Insieme”, “Maratoneta”, “Incontro”, “Musa”. Sia nel
vetro che nella fusione del metallo la Tanasescu esprime appunto il carattere
allusivo che la contraddistingue, portando la forma ad un grado di espressività
naturale, dove la simbologia è trasparente e tutto si purifica in un
rispecchiamento della bellezza.
Un altro aspetto dell’arte di Rodica Tanasescu è la cura
estrema per la luce. Lo si vede anzitutto nei disegni e nelle pitture, che nel
loro carattere plastico rivelano il senso di un illusionismo luminoso, fatto di
vibrazioni e trasparenze. Ben si capisce come da ciò sia derivata la scelta del
vetro come materiale scultoreo privilegiato. Il vetro sembra negare la forma
stessa per risolversi in mera luminosità: in realtà esso nasce da una
definizione precisa della forma. Ma è una forma che otticamente sfugge.
L’apparente abilità del vetro, nei suoi riflessi e bagliori, rispecchia appunto
quella qualità allusiva di cui parlavo all’inizio. La forma impercettibilmente
si tramuta in elemento incorporeo. spirituale. Taluni vetri, che derivano dalla
testa umana, si fanno veicolo di una dimensione che è quella della poesia. Gli
impacci sono sciolti; la materia non è più ostacolo. Così, le creazioni di
Rodica Tanasescu assumono quel misterioso velo di trasposizione simbolica che
conduce alle fonti più pure dell’arte. Ed è la grande lezione di Brancusi ad
esserne il lievito culturale.
1991 Venezia
Guido Perocco