CRITICA

 

 

 

Sostengo la tesi, e credo di aver ragione, che la macchina fotografica realizza un mondo impersonale, oggettivo, al contrario dell’obsOleta e vecchia credenza che l’arte sia il mondo della soggettività. Ma mi sorge un dubbio fondatissimo, che la fotografia possa destare emozioni, sensazioni, amori e odi, passioni, come una “comune” opera d’arte.

La fotografia è quindi “faziosa” al pari di un’opera di el Greco, alludo alla famosa fucilazione, e per ciò penso alla famosa fotografia di Kappa, col guerriero fermato nella corsa dalle pallottole reazionarie. E’ dunque una Kermesse o meglio uno psicodramma la fotografia che allude e ricorda al nostro io gli Stessi turbamenti dell’arte, e ci può convocare al banchetto sacro dell’Eros, e del dolore, di Thanatos e della morte.

Il quotidiano dunque può diventare arte e arte sublime, non aveva ragione di certo Racine nel credere che i sentimenti appartenevano soltanto ai nobili, come gli stessi sentimenti, abbiamo scoperto, non appartengono solo agli uominI ma anche agli animali.

Ne sa qualcosa Giuditta I° II° fedeli compagne del fotografo Augusto Vanni.

Si perché Augusto Vanni è fotografo e di razza. Le fotografie parlano da sè e ci stupiscono per il loro rigore formale, per il loro rigore stilistico. E’ proprio della vita mescolare le carte così anche giocare con i sentimenti di Vanni e ciò lo si vede dalle stesse opere fotografiche, che qui espone.

 

Mario Stefani 2000

 

 

Per sapere la verità bisogna sentirla nominare in terza persona, diceva il buon Oscar Wilde, che avvertiva la menzogna e l’invidia della gente. Così è per l’arte, chi ne usufruisce, può solo parlarne in terza persona. Vengo al dunque, l’opera di Vanni, è moderna, inquietante, attuale. Non si sa se l’arte moderna abbia influenzato la sua ricerca, che in silenzio, mattone dopo mattone, si fa sempre più viva e vitale. Non so se vi è dell’ironia nelle sue fotografie, che è la forma più bella dell’intelligenza. I veneziani ne sono provvisti, come gli inglesi, “naturaliter”. Per questo vi è poca violenza a Venezia.

I volumi sono studiati attentamente, le forme geometriche nascoste nelle cose, nella natura stessa. Ombre e luci, e giochi di mezzetinte, ma più segni decisi, quasi dirompenti nella fotografia e nell’animo.

Rifugge Vanni, e a ragione, dal colore, considerandolo poco serio, accattivante, distraente, fuorviante. Il colore, pare suggerire il fotografo a metà rumeno per elezione più che per nascita, tale da chiamarlo affettuosamente “Vaniucescu” od anche “ruolino” per la sua grande passione fotografica, a cui tutto sacrifica, tutto rinuncia, al sonno, al mangiare, alle feste comandate, agli amici cari. E una passione omnivora, devastante come un ciclone, che lo rende però felice, forse ebbra nell’atto di stampare.

 

Si incazza Vanni con l’oggetto rappresentato, con la realtà e con la fotografia che la rappresenta. Possiamo scorgere gli umori, le sue infelicità quotidiane, le sue gioie. Sta tutto scritto là, anzi, fotografato !!!

 

Mario Stefani 1999

 

 

Chi ha detto che la fotografia non può avere il dono della fantasia e contemporaneamente, quello del rigore formale?

L’originalità di Vanni consiste proprio in questo, di sapere «fare» fotografia attraverso canoni nuovi, attraverso moduli espressivi particolarmente incisivi. La ricerca della luce, delle forme, a volte in progressione fortemente astratta ed allusiva, porta a risultati validi, interessanti, a volte inquietanti.

 

Mario Stefani, 1990

 

 

 

Il rigore geometrico sovraintende la sua fotografia, cartesianamente armonico. I volumi ne vengono esaltati, le forme geometriche evidenziate, che sono presenti ma nascoste nella natura. Vanni scruta attento i segreti rapporti fra le cose e li sottolinea con un amore intenso e costante. La sua abilità tecnica è fuor di dubbio, egli ci avvince e ci turba in un canto solitario ricorda il «de rerum natura» lucreziano. Ci fa vedere con attenzione ciò che è latente, le forme nascoste, ascose, la geometria insita in un paesaggio, in una casa, in un albero. Vanni ci conduce per mano (una mano amica e curiosa), nel labirinto esaltante della realtà, dove esistono poliedriche forme e silenziose. Egli tutto guarda e tutto canta con amore.

 

MARIO STEFANI, 1996

 

 

Non diversamente da altre manifestazioni del linguaggio visivo, di più antica e accreditata tradizione storica e culturale, anche la fotografia, che pur si è ampiamente attestata da più di un secolo nei circuiti comunicativi della civiltà occidentale, non è stata e continua a non essere esente da pregiudizi. da diffidenze estetiche relegate in anacronistiche ma imperversanti incomprensioni dei fenomeni artistici.

 

La contestazione non è nuova, ma va ribadita e rimediata per dovere critico ogni qualvolta ci si accosti ad una intelligente e comprensiva esperienza dell’immagine: in grado eminente, quando questa sia l’esito di un procedimento visivo che si distacca dalle apparentemente più consuetudinarie, materie, tecniche, modalità espressive, accreditate nel consumo e nell’inerzia concettuale dall’équipe affiatata delle antiche Muse.

 

Vanni ci propone con le sue opere una coltissima ed originale occasione di incontrare esempi privilegiati di un linguaggio artistico, espressivo cioè, articolato e soggettivato nel visibile, attraverso la macchina ottica, le sue capacità fisico-chimiche di captazione di un’esistenza percettiva di un dato od un fatto esteriore. Gioverà riflettere a lungo sulla nitida qualità formale, oltre chè sulla rigorosa sintassi compositiva delle immagini qui esposte.

 

Una ricerca linguistica minuziosa è alla radice del processo espressivo. calibrata e sorvegliata, nei valori più penetranti della struttura delle forme da significare, nei nessi spazio temporali intrinseci che si coagulano in immagini, nel tragitto laborioso del venire, impiega estensivamente la metafora, alla luce, tramando il tappeto scenico della pellicola, di quella filigrana disseminata che è il senso. Ma non il significato, nel senso banale della semantica quotidiana, del nome della cosa riprodotta, che riconosciamo, denominiamo genericamente, denotiamo nel campo del percepito, credendo che la uniformità monotona del mondo, garantisca la stabilità e perennità empirica delle apparenze.

 

Vanni non cerca il bel ..soggetto.. intrinsecatamente ed esteticamente garantito, da una sanzione che ha le sue origini nelle strutture di un gusto, per il piacevole, il sensuale, il vedutismo dozzinale e pittoresco che tanti ammalia e fin troppi scattini da editoria professano e commerciano.

 

Vanni sospende il senso del fenomeno ‘.immagine.’ nell’atto del suo costituirsi nell’apparenza esteriore, scava la pietra, il marmo, il brano espressivo prescelto per la sintesi rappresentativa: è un problema cruciale della visione, da realizzare nei suoi termini puntuali e specifici, non con il pennello ma con l’obiettivo. La messa in forma, la scelta del tema e la relazione chiaroscurale sono costitutivi ed integrali alla netta intenzione di significare. Gli innumerevoli anfratti, le pieghe dolorose o quiete della antica Venezia, le sue geometrie mutevoli ed aleatorie, il suo inquieto sciogliersi nei riverberi e coagularsi in immagine ..temporalizzata.., sempre nuova, son l’atelier e la mappa interiore del racconto di Vanni.

 

Il bianco e nero è la grammatica personalizzata delle visitazioni, ma le cellule figurative disseminate nell’alveare urbano, riposte ed evocatrici sono solo occasioni di forma, materiale pre-artistico. certamente e potenzialmente carico di esteticità diffusa, ma inarticolate ed inespresse prima dell’intervento dello autore, che nel suo fare linguistico mette fine ai fantasmi molteplici prigionieri della percezione o della sensibilità.

Pone un termine al flusso delle apparenze, ne trasceglie e ne elabora le sostanze, le distilla in forme pure e tese, di totale afiguralità. poichè sono forme e possesso della coscienza che comunicano per il loro stesso modo di essere state coniate, individuate con il loro messaggio umano e in silenziose, autonome strutture.

 

Con un mezzo tecnico, con accorgimenti nell’esito grafico puntigliosi, e se si vuole meccanizzati. Ma sono stati voluti, acquisiti da qualcuno per essere comunicati ad ogni altro.

 

A dispetto dell’aura? Certamente, meglio così.

 

Simone Viani


 

 

Le fotografie di Augusto Vanni

 

 

Costruzione di massi e mattoni commessi con calcina, uno sopra l’altro, ordinatamente, per formare un edificio. Ma, anche, separazione di luoghi. La parte esterna nelle vie e nelle case non ha riparo al prolungamento sensoriale - alchemico di Vanni, ciò che è la sua Hasselblad. Creta, intonaco indossati da imbianchino, da pittore a fresco, da tappezziere.

 

 

Inventa i muri che fotografa, materializza interstizi di mattoni, rincorre i bordi della calce e svela gli encausti graffiti dalle prove di anonimi artefici. Interni, esterni. Inclinati come un barbacane, vuoti internamente, ripieni di calcinacci. Materie. A pietre maschio e femmina, incastrate una nell’altra. Muri che limitano lo sguardo, barriere percettive per chi non li fa vivere. Emulsioni che mediano lacerazioni con segnali mordaci e affettuosi, sbracati, testimoniali di privata virtù o polemici accusatori di visioni mondane.

 

Vanni naviga silente, come i pesci, nel liquido rimando di segni e di parole, di discorsi interi e frammentati, di bestemmie e preghiere frantumate, assaporate, sconnesse.

 

Roso dalla vecchiezza, cadente e in rovina, che suda unto, con l’intonaco screpolato. Il tramite di mostruosità che flirtano con gentilezze indicibili nelle fenditure che appariscono e si sposano allo scassinarsi dell’intonaco per certi straterelli di calce non bene spenta.

 

Per sodalizio simpatico le terragne pellicole, gonfiandosi, si sollevano e si staccano trascinando seco una parte del circostante. Efflorescenze di salnitro s’increspano in messaggi digitali, di temperini, di stecchi lignei, uno sfogatoio di sentimenti trattenuti che cercano intercapedini esteriori per sbizzarrirsi. Le nicchie osservano gli scrimoli, da qualche parte.

 

A disposizione di tutti, le quattro mura cui tutti ambiscono. Pensiero che crea, mano che fa. Tu puoi esser intercapedine o cretto, per me. Non capisci, non mi vuoi capire, mi capisci anche troppo. Sei erba dei tetti e dei muri, ombelico di Venere.

 

Ma io esisto perchè tu ci sei, muto muro delle mie brame, augusteo vano, chi è il più bello del reame? (e ancora mi risponde dal vuoto della cornice veneziana, dal profondo dell’androne, l’amico specchio stretto al muro, che si spicca e cade a larghi pezzi irregolari ...).

 

Franco Verdi

 

 

 

 

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