Sostengo la tesi, e credo di
aver ragione, che la macchina fotografica realizza un mondo impersonale,
oggettivo, al contrario dell’obsOleta e vecchia credenza che l’arte sia il
mondo della soggettività. Ma mi sorge un dubbio fondatissimo, che la fotografia
possa destare emozioni, sensazioni, amori e odi, passioni, come una “comune”
opera d’arte.
La fotografia è quindi “faziosa” al pari di
un’opera di el Greco, alludo alla famosa fucilazione, e per ciò penso alla
famosa fotografia di Kappa, col guerriero fermato nella corsa dalle pallottole
reazionarie. E’ dunque una Kermesse o meglio uno psicodramma la fotografia che
allude e ricorda al nostro io gli Stessi turbamenti dell’arte, e ci può
convocare al banchetto sacro dell’Eros, e del dolore, di Thanatos e della
morte.
Il quotidiano dunque può diventare arte e
arte sublime, non aveva ragione di certo Racine nel credere che i sentimenti
appartenevano soltanto ai nobili, come gli stessi sentimenti, abbiamo scoperto,
non appartengono solo agli uominI ma anche agli animali.
Ne sa qualcosa Giuditta I° II° fedeli
compagne del fotografo Augusto Vanni.
Si perché Augusto Vanni è fotografo e di
razza. Le fotografie parlano da sè e ci stupiscono per il loro rigore formale,
per il loro rigore stilistico. E’ proprio della vita mescolare le carte così
anche giocare con i sentimenti di Vanni e ciò lo si vede dalle stesse opere
fotografiche, che qui espone.
Per sapere la verità bisogna
sentirla nominare in terza persona, diceva il buon Oscar Wilde, che avvertiva
la menzogna e l’invidia della gente. Così è per l’arte, chi ne usufruisce, può
solo parlarne in terza persona. Vengo al dunque, l’opera di Vanni, è moderna,
inquietante, attuale. Non si sa se l’arte moderna abbia influenzato la sua
ricerca, che in silenzio, mattone dopo mattone, si fa sempre più viva e vitale.
Non so se vi è dell’ironia nelle sue fotografie, che è la forma più bella
dell’intelligenza. I veneziani ne sono provvisti, come gli inglesi,
“naturaliter”. Per questo vi è poca violenza a Venezia.
I volumi sono studiati
attentamente, le forme geometriche nascoste nelle cose, nella natura stessa.
Ombre e luci, e giochi di mezzetinte, ma più segni decisi, quasi dirompenti
nella fotografia e nell’animo.
Rifugge Vanni, e a ragione,
dal colore, considerandolo poco serio, accattivante, distraente, fuorviante. Il
colore, pare suggerire il fotografo a metà rumeno per elezione più che per
nascita, tale da chiamarlo affettuosamente “Vaniucescu” od anche “ruolino” per
la sua grande passione fotografica, a cui tutto sacrifica, tutto rinuncia, al
sonno, al mangiare, alle feste comandate, agli amici cari. E una passione
omnivora, devastante come un ciclone, che lo rende però felice, forse ebbra
nell’atto di stampare.
Si incazza Vanni con
l’oggetto rappresentato, con la realtà e con la fotografia che la rappresenta.
Possiamo scorgere gli umori, le sue infelicità quotidiane, le sue gioie. Sta
tutto scritto là, anzi, fotografato !!!
Chi ha detto che la
fotografia non può avere il dono della fantasia e contemporaneamente, quello
del rigore formale?
L’originalità di Vanni
consiste proprio in questo, di sapere «fare» fotografia attraverso canoni
nuovi, attraverso moduli espressivi particolarmente incisivi. La ricerca della
luce, delle forme, a volte in progressione fortemente astratta ed allusiva,
porta a risultati validi, interessanti, a volte inquietanti.
Il rigore geometrico
sovraintende la sua fotografia, cartesianamente armonico. I volumi ne vengono
esaltati, le forme geometriche evidenziate, che sono presenti ma nascoste nella
natura. Vanni scruta attento i segreti rapporti fra le cose e li sottolinea con
un amore intenso e costante. La sua abilità tecnica è fuor di dubbio, egli ci
avvince e ci turba in un canto solitario ricorda il «de rerum natura»
lucreziano. Ci fa vedere con attenzione ciò che è latente, le forme nascoste,
ascose, la geometria insita in un paesaggio, in una casa, in un albero. Vanni
ci conduce per mano (una mano amica e curiosa), nel labirinto esaltante della
realtà, dove esistono poliedriche forme e silenziose. Egli tutto guarda e tutto
canta con amore.
Non diversamente da altre
manifestazioni del linguaggio visivo, di più antica e accreditata tradizione
storica e culturale, anche la fotografia, che pur si è ampiamente attestata da
più di un secolo nei circuiti comunicativi della civiltà occidentale, non è
stata e continua a non essere esente da pregiudizi. da diffidenze estetiche
relegate in anacronistiche ma imperversanti incomprensioni dei fenomeni
artistici.
La contestazione non è
nuova, ma va ribadita e rimediata per dovere critico ogni qualvolta ci si
accosti ad una intelligente e comprensiva esperienza dell’immagine: in grado
eminente, quando questa sia l’esito di un procedimento visivo che si distacca
dalle apparentemente più consuetudinarie, materie, tecniche, modalità
espressive, accreditate nel consumo e nell’inerzia concettuale dall’équipe
affiatata delle antiche Muse.
Vanni ci propone con le sue
opere una coltissima ed originale occasione di incontrare esempi privilegiati
di un linguaggio artistico, espressivo cioè, articolato e soggettivato nel
visibile, attraverso la macchina ottica, le sue capacità fisico-chimiche di captazione
di un’esistenza percettiva di un dato od un fatto esteriore. Gioverà riflettere
a lungo sulla nitida qualità formale, oltre chè sulla rigorosa sintassi
compositiva delle immagini qui esposte.
Una ricerca linguistica
minuziosa è alla radice del processo espressivo. calibrata e sorvegliata, nei
valori più penetranti della struttura delle forme da significare, nei nessi
spazio temporali intrinseci che si coagulano in immagini, nel tragitto
laborioso del venire, impiega estensivamente la metafora, alla luce, tramando
il tappeto scenico della pellicola, di quella filigrana disseminata che è il
senso. Ma non il significato, nel senso banale della semantica quotidiana, del
nome della cosa riprodotta, che riconosciamo, denominiamo genericamente,
denotiamo nel campo del percepito, credendo che la uniformità monotona del mondo,
garantisca la stabilità e perennità empirica delle apparenze.
Vanni non cerca il bel
..soggetto.. intrinsecatamente ed esteticamente garantito, da una sanzione che
ha le sue origini nelle strutture di un gusto, per il piacevole, il sensuale,
il vedutismo dozzinale e pittoresco che tanti ammalia e fin troppi scattini da
editoria professano e commerciano.
Vanni sospende il senso del
fenomeno ‘.immagine.’ nell’atto del suo costituirsi nell’apparenza esteriore, scava
la pietra, il marmo, il brano espressivo prescelto per la sintesi rappresentativa:
è un problema cruciale della visione, da realizzare nei suoi termini puntuali e
specifici, non con il pennello ma con l’obiettivo. La messa in forma, la scelta
del tema e la relazione chiaroscurale sono costitutivi ed integrali alla netta
intenzione di significare. Gli innumerevoli anfratti, le pieghe dolorose o
quiete della antica Venezia, le sue geometrie mutevoli ed aleatorie, il suo
inquieto sciogliersi nei riverberi e coagularsi in immagine ..temporalizzata..,
sempre nuova, son l’atelier e la mappa interiore del racconto di Vanni.
Il bianco e nero è la
grammatica personalizzata delle visitazioni, ma le cellule figurative disseminate
nell’alveare urbano, riposte ed evocatrici sono solo occasioni di forma,
materiale pre-artistico. certamente e potenzialmente carico di esteticità diffusa,
ma inarticolate ed inespresse prima dell’intervento dello autore, che nel suo
fare linguistico mette fine ai fantasmi molteplici prigionieri della percezione
o della sensibilità.
Pone un termine al flusso
delle apparenze, ne trasceglie e ne elabora le sostanze, le distilla in forme
pure e tese, di totale afiguralità. poichè sono forme e possesso della
coscienza che comunicano per il loro stesso modo di essere state coniate, individuate
con il loro messaggio umano e in silenziose, autonome strutture.
Con un mezzo tecnico, con
accorgimenti nell’esito grafico puntigliosi, e se si vuole meccanizzati. Ma
sono stati voluti, acquisiti da qualcuno per essere comunicati ad ogni altro.
A dispetto dell’aura?
Certamente, meglio così.
Simone Viani
Costruzione di massi e
mattoni commessi con calcina, uno sopra l’altro, ordinatamente, per formare un
edificio. Ma, anche, separazione di luoghi. La parte esterna nelle vie e nelle
case non ha riparo al prolungamento sensoriale - alchemico di Vanni, ciò che è
la sua Hasselblad. Creta, intonaco indossati da imbianchino, da pittore a
fresco, da tappezziere.
Inventa i muri che
fotografa, materializza interstizi di mattoni, rincorre i bordi della calce e
svela gli encausti graffiti dalle prove di anonimi artefici. Interni, esterni.
Inclinati come un barbacane, vuoti internamente, ripieni di calcinacci.
Materie. A pietre maschio e femmina, incastrate una nell’altra. Muri che limitano
lo sguardo, barriere percettive per chi non li fa vivere. Emulsioni che mediano
lacerazioni con segnali mordaci e affettuosi, sbracati, testimoniali di privata
virtù o polemici accusatori di visioni mondane.
Vanni naviga silente, come i
pesci, nel liquido rimando di segni e di parole, di discorsi interi e
frammentati, di bestemmie e preghiere frantumate, assaporate, sconnesse.
Roso dalla vecchiezza,
cadente e in rovina, che suda unto, con l’intonaco screpolato. Il tramite di
mostruosità che flirtano con gentilezze indicibili nelle fenditure che appariscono
e si sposano allo scassinarsi dell’intonaco per certi straterelli di calce non
bene spenta.
Per sodalizio simpatico le
terragne pellicole, gonfiandosi, si sollevano e si staccano trascinando seco
una parte del circostante. Efflorescenze di salnitro s’increspano in messaggi
digitali, di temperini, di stecchi lignei, uno sfogatoio di sentimenti
trattenuti che cercano intercapedini esteriori per sbizzarrirsi. Le nicchie
osservano gli scrimoli, da qualche parte.
A disposizione di tutti, le
quattro mura cui tutti ambiscono. Pensiero che crea, mano che fa. Tu puoi esser
intercapedine o cretto, per me. Non capisci, non mi vuoi capire, mi capisci anche
troppo. Sei erba dei tetti e dei muri, ombelico di Venere.
Ma io esisto perchè tu ci sei, muto muro
delle mie brame, augusteo vano, chi è il più bello del reame? (e ancora mi
risponde dal vuoto della cornice veneziana, dal profondo dell’androne, l’amico
specchio stretto al muro, che si spicca e cade a larghi pezzi irregolari ...).