Ogni domenica mattina la nonna veniva a svegliarmi, io ancora
assonnata accoglievo entusiasta l’idea di prepararmi e mettermi il vestito rosa
con i pizzi attorno alle maniche corte. Poi andavo in cucina e mio nonno,
vedendomi, esclamava: “Oh! Ecco la nostra farfallina!”. Andavo in chiesa con la
nonna. Finita la messa, la nonna mi prendeva per mano e camminavamo lungo il
viale che portava ai giardini. Il carretto cigolante si avvicinava dal fondo
della strada. Avevo già l’acquolina in bocca. Pian piano arrivava accanto a noi
ed io osservavo felice i coni del gelato disegnati sullo sfondo blu del
carretto. Mia nonna prendeva dalla borsetta di finto coccodrillo il portamonete
di pezza, ne toglieva una da dieci lire e mi diceva: “Adesso ci prendiamo un
bel gelato; che gusto vuoi?” lo, chissà per quale motivo, una volta dichiarai :
“Voglio una pallina blu”. La nonna sorrise e con sguardo dolce mi disse: ‘‘Non
esiste gelato blu. Ma se proprio lo desideri, puoi averlo nella tua fantasia ’’.
***
CAP. I
Mio nonno
fu uno dei tanti pionieri del gelato in Ungheria, poi sì trasferì in Germania, a
Francoforte. Quando mio padre si sposò, con l’aiuto del nonno si comperò una gelateria
nella regione nord Rhein Westfahlen,
a Paderbon.
Lui, la
mamma e altre due persone mandavano avanti la gelateria. Poi nacque mia
sorella Lorena. Mamma era felice. Papà forse preferiva un maschio perché, come diceva
lui: ‘l figli maschi portano avanti la generazione!” A distanza di tre anni
nacqui io. Non so come la prese papà, so soltanto che, anche se non eravamo
maschi, non ci fece mai mancare nulla ed era molto affettuoso.
Sono dunque
la secondogenita di tre figli, la più irrequieta, cresciuta quasi sempre con la
nonna.
Finito l’anno
scolastico, papà veniva a prenderci per portarci in Germania e li rimanevamo
quasi tutto il tempo delle vacanze. Ero felice di poter stare con i miei
genitori anche se avevano poco tempo da dedicare a noi tre. Mia sorella già
aiutava papà e mamma in gelateria e io potevo giocare poco insieme a lei.
Trascorrevo le mie giornate a volte sola ed altre volte in compagnia di
ragazzini tedeschi. Due volte la settimana andavo in piscina accompagnata da
qualche ragazza che lavorava nella nostra gelateria. Mi piaceva tanto andare in
piscina perché mi ricordava il mare in Italia. Mamma, quando aveva tempo, mi
portava con sé a fare le spese. Tutti i giorni mi sembravano uguali. Spesso
scrivevo alla nonna perché avevo tanta nostalgia di casa.
Ad ottobre
preparavamo le valigie per venire in Italia. La gelateria chiudeva perché la
stagione finiva, inoltre noi bambine dovevamo andare a scuola. Ma quell’anno c’era una novità: la mamma era ormai al settimo
mese di gravidanza.
Per tutta la
famiglia ritornare in Italia era una festa; papà ci prometteva tante cose: “Vedrete
bambine, faremo pazzie durante quei tre mesi che rimarremo in Italia”.
S.Nicolò era un’occasione
per coprirci di doni. Durante le feste di Natale andavamo tutti e quattro in montagna e lì, in una vecchia casera con
altre due coppie e rispettivi figli, trascorrevamo anche il Capodanno. La
mamma e due sue amiche trafficavano tutto il giorno tra i fornelli. Io, mia sorella,
due maschi e un’altra bambina, giocavamo e correvamo dal salotto alla cucina.
Ogni tanto qualcuno riuscivamo a rubare un biscotto o qualche altra
leccornia. La mamma, che non ammetteva che si mangiasse fuori pasto, per una
volta o due faceva finta di non vedere, ma poi ci prendeva con le mani dentro una
teiera dove c’erano biscotti ancora caldi. Allora si arrabbiava tanto e ci
mandava in salotto, dicendoci che il primo che avesse osato rubacchiare
ancora, invece di festeggiare il Capodanno sarebbe andato a letto presto e
senza cena. Forse lo diceva per farci stare un po’
buoni e fermi, comunque fu presa in parola. Papà e i due suoi amici preparavano
intanto la legna per il caminetto e toglievano il vino da una grossa damigiana
passandolo nelle bottiglie.
Passato il
Capodanno, arrivava il giorno di ritornare a casa: saluti e abbracci con
appuntamento al prossimo anno.
Arrivava il
sei gennaio con
Quando il
fuoco stava per spegnersi le donne mettevano sopra una grande tavola dei
fiaschi di vino e dei dolci fatti in casa, mentre da una parte, in una grossa
pentola, bolliva vino caldo. Tutti potevamo mangiare e bere. Ad un certo punto
della serata gli uomini si radunavano insieme e cantavano vecchie canzoni e ogni
tanto, rivolgendosi alle donne, dicevano in coro: ‘Donne, porté
vin de la cagliera !”
Queste feste
finivano sempre molto tardi. Anche per noi più piccoli erano un’eccezione. E
così andavamo a casa insieme ai grandi.
***
Mamma stava
poco bene, correva spesso in bagno a vomitare, mancavano pochi giorni al
parto. Giovanni nacque la domenica del 25 gennaio. Il papà aveva portato in
fretta e furia la mamma all’ospedale. La sera quando
tornò a casa, lo e mia sorella Io stavamo aspettando sulla soglia. Papà ci
venne incontro, sì inginocchiò, ci strinse fra le sue forti braccia e con gli occhi
lucidi ci disse: ‘‘La mamma vi ha dato un fratellino. Stanno bene tutti e due.
Vi manda un bacio ”.
La mamma
tornò a casa dall’ospedale con il piccino e noi ci
accorgevamo dei tempo che volava. Ormai eravamo ai primi di febbraio Era tempo
di preparare le valigie. Mamma, papà e il fratellino partivano di nuovo per
Così
cominciava ogni anno la stagione, ma questo fu un anno diverso dai solito
perché mori il nonno. Papà e mamma dovettero lavorare di più. Papà infatti,
essendo figlio unico, ereditò la gelateria del nonno e dovette mandarla avanti
fino a fine stagione. Durante quel periodo papà e mamma avevano poco tempo da
dedicare a me e a mia sorella, tanto erano impegnati nel loro lavoro. Così decisero
che io, essendo la più piccola, restassi dalla nonna durante le vacanze estive.
Questo mi fece tanto piacere, anche perché papà mi promise che a settembre
avrebbe fatto una capatina per venirmi a prendere e portarmi a visitare la
città di Francoforte.
Anche se
dentro di me provai un po’ di dolore nel lasciare
mamma, papà e sorella, mi adattai subito all’idea di
stare con la nonna, forse perché ero già stata tanto tempo con lei. Mi sentivo
felice fra quei prati verdi, i fiori, il bosco, le belle, lunghe giornate
calde, il cane Fufi, il gatto, le tortore che nonna
teneva in una grande gabbia. Ogni mattina davamo loro da mangiare chicchi di
grano, poi cambiavamo l’acqua, mettendola pulita e fresca. Nel pomeriggio,
quando nonna si ritirava per un pisolino, io venivo messa a dormire in una cameretta
a pian terreno.
La stanza,
non tanto grande, aveva una porta che dava sul pianerottolo dove si trovava una
poltrona in vimini talmente vecchia che ormai era diventata a macchie nere.
Mi ricordavo di averla sempre vista lì; sembrava un uomo seduto che guardasse
le lunghe distese di vigneti e nello stesso tempo volesse proteggere quella stanza,
dove regnava un’atmosfera tranquilla che dava un senso di pace, di
beatitudine. Forse anche la nonna aveva captato questa sensazione. Infatti
anche lei, nei pomeriggi afosi destate, desiderava trascorrere due-tre orette a pisolare in quella stanza nel letto in
noce da una piazza e mezza, così vecchio che al minimo movimento scricchiolava
e si muovevano le assi, facendo traballare la statuina di S. Antonio che si
trovava sopra la testiera.
Sempre in
quel periodo, dal lunedì al venerdì pomeriggio andavo insieme ad altri bambini
da due signorine che si occupavano di noi. Mamma e papà avevano deciso così,
perché non pesassi troppo sulla nonna. Ma a me questo impegno pomeridiano non
piaceva perché era più o meno come andare a scuola, anche se non si facevano
lezioni. Infatti bisognava sempre stare in ordine, essere obbedienti e
silenziosi, ascoltare la signorina quando ci leggeva le favole.
Un giorno
la settimana ci portavano a fare una passeggiata per le vie del paese. Allora
dovevamo stare a destra, infila per due..., insomma neanche la passeggiata ci
piaceva, così che quel giorno, all’angolo della strada
costeggiato da case, invece di girare a destra, come tutti gli altri bambini,
seguendo la signorina, io girai a sinistra. Andai a casa della zia che mi
accolse sbalordita, facendomi un sacco di domande. Più tardi la zia telefonò
alla nonna che aveva già ricevuto la telefonata della signorina; il caso ebbe
anche il suo lato positivo. Da quel giorno infatti nonna mi tenne a casa con
lei e io ne fui felicissima.
Trascorrevo
tutti i miei pomeriggi con Fufi girovagando qua e là
per prati e boschi. Di tanto in tanto mi fermavo per tirare qualche sasso nel
ruscello. Mi piaceva sentire il rumore e guardare i cerchi che si formavano nell’acqua. Queste passeggiate con Fufi
tra i boschi erano cosi belle che a volte quasi non ci accorgevamo che il tempo
passava. La nonna a casa stava in pensiero per noi.
Al ritorno
ci preparava sempre la cioccolata con i biscotti fatti da lei o una grande
fetta di pane con sopra tanta marmellata di more. Anche Fufi
voleva la sua parte. Se la nonna si dimenticava di lui, Fufi
la seguiva ovunque con la testa alta, mugolando e scodinzolando, finché la
nonna gli dava un po’ di latte e un pezzetto di
formaggio.
E lui, dopo aver mangiato, scappava di corsa saltellando
nel tentativo di acchiappare qualche mosca o qualche farfalla di passaggio o
correndo dietro al gatto. Al calar del sole la nonna mi portava nell’orto a innaffiare la verdura e a raccogliere qualcosa
per il giorno dopo.
Il tempo passò in fretta. Così a
settembre arrivò papà a prendermi, come promesso.
Era la prima volta che mi portava a
Francoforte e provai una forte emozione. Non avevo mai visto una città così
grande. Fui colpita nel vedere la grandiosità dei grattacieli e affascinata
dalle vie con tutti quei negozi. Mi sentivo così felice che mi sembrava di
sognare.
Mi sentivo un cervo fra il silenzio
delle montagne, un uccello nel cielo sereno, un pesce nel profondo del mare,
una tigre nella foresta, una coccinella in un grande prato. Credevo all’amore, credevo nella dolcezza della vita, amavo gente
semplice e buona cercando di capire gli altri.
Riuscivo a commuovermi di fronte
alle bellezze della natura, ad intenerirmi accarezzando un cane. Amavo la mia
chitarra e tutte le cose nuove, strane che non conoscevo, che non avevo ma, visto.
Facevo conoscenze strane e dicevo che c’era posto anche per loro. Niente e
nessuno mi era indifferente o inutile. Mi interessava tutto e tutto amavo;
perché la mia era gioia di vivere, era bontà.
Ora, inghiottita dal caos della
gente nella città di Francoforte ammiravo quei palazzi alti. Erano molto più
alti di quel pioppo che svettava sopra la collina di casa mia. Mai avrei
pensato ci potessero essere case così alte, che per guardarle dovevo rovesciare
completamente la testa all’indietro rischiando le
vertigini. Mi chiedevo perché le avevano costruite a forma rettangolare, con
tante, tante finestre. E quel colore grigio! Sembravano tanto tristi colorate così.
E poi dicevo: ‘Perché senza tetto? Che si siano dimenticati di farglielo?’’
Questi palazzi messi in fila indiana mi davano l’impressione di uomini grandi
e forti, senza cappello e tanto tristi. Le strade erano così grandi con tante
macchine e i marciapiedi erano gremiti di passanti frettolosi, curiosi.
Altri, con l’aria annoiata, passeggiavano sbirciando le vetrine.
Sbalordii vedendo tutte quelle cose
esposte per quanto mi sforzassi non riuscivo ad immaginare qualcosa che non fosse
esposto: c’era tutto.
Tutte quelle vetrine illuminate,
quelle insegne gaie mi facevano pensare al Natale. Quante cose stavo vedendo! Troppe.
O “forse conosco poche cose”, pensai. Ero ubriaca di gioia ed il cuore mi
batteva forte dall’emozione. Avrei voluto gridare:
“Bello! Fantastico!” Quel sublime paradiso di caos mi
esaltava. Ora non camminavo più, ma correvo, correvo saltellando con le braccia
verso l’alto,gridando di gioia. Sorridevo a tutti. Se avessi potuto avrei
abbracciato chiunque. Malgrado non conoscessi la città, non mi sentivo
smarrita né confusa. Era come se ci fossi nata in quel caos. Quel caos mi dava
una strana luce. Il viso mi si illuminava. Gli occhi mi brillavano. Mi fermai un
momento. Il mio viso ebbe un’espressione triste. Pensavo ai miei amici lasciati
al paese. Dio mio, quanto desideravo fossero lì, con me, in quel momento.
Sarebbe piaciuto tanto anche a loro ammirare quello spettacolo ed insieme
gridare di gioia, prendersi per mano, camminare per quelle lunghe scalinate che
portavano in cima ad una torre.
Loro non erano stati fortunati come
me. Ma quando fossi ritornata avrei raccontato loro ogni cosa, ogni
particolare. Questo pensiero mi consolava.
Al ritorno con gli amici mi sedetti
in un prato, attorno ad un bel fuoco, e cominciai a dar sfogo ai miei
sentimenti raccontando la mia avventura. La notte ci colse di sorpresa, nemmeno
ce ne accorgemmo . Alle primi luci dell’alba ci
alzammo intirizziti dal tappeto erboso ormai bagnato dalla rugiada. Ci
incamminammo sbadigliando verso le nostre case. Gli amici sognavano a occhi
aperti. Non avevano mai visto una città, ma io l’avevo descritta loro con tanta
gioia che era come se l’avessero vista veramente.
La gioia per me non era soltanto
ottenere qualcosa, ma soprattutto dividere le mie esperienze con gli altri,
poter dare sempre di più ed il meglio di me stessa a chi amavo.
Perciò mamma quando tu mi dicevi
che non riuscivi a capire cosa io volessi dalla vita, disperata per quella
verità, correvo per quei campi lunghi e verdi, mi sedevo per terra nell’erba ad osservare la coccinella che mi passava
accanto e allora ridevo, ridevo nel vederla così indifesa e spaventata. Quel cosino
rosso con macchiette nere mi faceva tanta tenerezza. Cercava di scappare, si arrampicava
su per un filo d’erba, scendeva per poi risalire di nuovo e così via per lunghi
minuti.
Trascorrevo ore ad osservare questi
piccoli insetti che non erano mai della stessa specie. Poi mi mettevo a
correre, ma l’erba era talmente alta che inciampavo e cadevo per terra. Allora
mi mettevo a piangere e correvo verso casa. La mia emozione, mamma, era grande
nel raccontarti quello che avevo visto. Ma tu, senza nemmeno il tempo di dire
niente, mi sgridavi perché mi ero sporcata e dovevi lavare la mia roba.
Quante cose ti volevo dire, ma tu
avevi sempre tanto da fare e non avevi mai il tempo per ascoltarmi.
Non mi hai mai chiesto perché non volli
più andare a scuola e perché ripresi dopo diversi anni. Ma una ragione c’è:
quasi tutti noi ragazzi sbagliavamo sempre a scrivere una certa parola. La
professoressa un giorno si arrabbiò tanto e ce la spiegò bene. Dopo due o tre giorni,
in un compito, c’era di nuovo questa famosa parola. Al momento della correzione
la professoressa si accorse che Andrea aveva sbagliato a scriverla. Non disse
niente. Fece solo una linea con la penna rossa. Dopo Andrea altre tre
correzioni e tutto bene. Venne il turno di Mauro. Anche lui fece lo stesso
errore. La professoressa non gli disse nulla e nemmeno agli altri cinque che
seguirono. Venne il mio turno. Lesse, ml guardò, abbassò gli occhi sul mio
quaderno e mi mollò un ceffone.
Poi parlando al plurale, urlò: ‘Come
devo farvelo capire che non si scrive così? Siete degli asini!” Quel ceffone
mi tormentò per anni. Speravo. speravo sempre, mamma, che un giorno avremmo
veramente parlato. Allora avrei potuto dirti tutto quello che avevo dentro,
tutto quello che mi fosse passato per la testa. Lavoravo all’oscuro
di tutti, per poi un giorno uscire da questo tunnel con qualcosa di buono.
Finite le scuole dell’obbligo, non volli più saperne
di continuare: ‘Farò qualche corso serale se sarà necessario”, mi dicevo. Non
volli neanche lavorare nella gelateria di papà. Ero troppo orgogliosa, volevo imparare
a camminare senza l’aiuto di nessuno. Allora non sapevo quanto mi sarebbe
costato.
Gli
anni passavano. Crescevo. Incontrai Paolo. Avevo sedici
anni. Paolo mi piaceva. Mi piaceva moltissimo il suo modo di camminare, con
quei jeans stretti. Mi piaceva il suo motorino. Avevamo tutti e due la stessa
passione: leggere Topolino. Ci scambiavamo i
giornaletti, perché questo era un buon motivo per vederci più spesso. Era un
amore platonico, semplice e puro. Anche in questo caso mamma mi bloccasti subito
“non bisogna fidarsi dei ragazzi”, dicevi. Poi mi hai parlato di sesso:
“l’amore è doloroso e la prima volta non certo una bella esperienza”. Mentre mi
spiegavi tutte queste cose avevi un’aria dolce. Lo so che non volevi
ingannarmi e tanto meno angosciarmi. Quello era il tuo modo di esprimerti. Però
io ci pensavo. Cristo, se ci pensavo!
Cap II°
Più passavano gli anni e più
litigavamo e meno ci capivamo. Quante te ne ho combinate!
Ero
veramente una ribelle, te ne do atto. Ho passato momenti difficili e grigi, per
non dire neri. Da una parte papà con le sue idee, con le sue teorie sulla
vita, convinto che le religioni del mondo sono semplicemente corsi di
addestramento per insegnare ai fedeli a morire. Dall ’altra
parte il bene che mi insegnavi tu: Dio, l’amore... Quando andavo in chiesa
sentivo frasi come questa: “Quando verrà la mia ora, giudica ti prego non il
bene che ho voluto, ma il desiderio immenso di volerne ”.
In casa mi
trovavo fra due fuochi: di qua o di là. Se uscivo di casa era come se entrassi
in un campo minato. Io volevo capire, conoscere. Fu così che cominciai a
frequentare certe compagnie; in breve partecipai a tante attività e feci le mie
prime esperienze di vita. Non era ambizione di arrivare, prepotenza, io
volevo conoscere, sapere.
Lavoravo
saltuariamente come baby-sitter. Nel tempo libero andavo a vendere album per
foto che mi facevo arrivare dalla Germania, di contrabbando.
Il sabato mattina partivo per andare a lavorare in
una gelateria. Ritornavo a casa domenica sera stanca morta, ma contenta. Tu,
mamma, dicevi che era stupido lavorare tanto. Ma non sai quante cose io abbia imparato
in quel periodo. Andavo in qualsiasi posto mi chiamassero e facevo qualsiasi
cosa ci fosse da fare. Organizzavo insieme ad altri ragazzi corse campestri e
altre gare, gite, festicciole. Aiutavamo anche ragazzi drogati. Poi, con altre
tre amiche, facemmo centinaia di statuine in gesso. Le colorammo e
verniciammo, per poi venderle di casa in casa. Spedivamo poi ciò che guadagnavamo
ad una missione italiana in Columbia. Tu, mamma, mi facevi capire che starmene
a casa dopo otto ore di lavoro era comodo e dignitoso, dato che la gente diceva
che ero sempre a zonzo. Ma tu, perché non hai mai detto loro dove andavo e cosa
facevo realmente? Io ero pulita e contenta di me stessa. Finisti di
preoccuparti per me quando programmai le mie vacanze a Taranto.
Il nostro sogno stava per realizzarsi.
Arrivai
alla stazione in ritardo tanto che Marina e Laura mi corsero incontro quasi
arrabbiate:
“Sei matta? E mezz’ora
che ti aspettiamo! ormai pensavamo che tu non venissi più! Accidenti a te e alla
tua puntualità!” Mi scusai, anche se la colpa del ritardo non era del tutto
mia. Avevamo tutte e tre un nodo alla gola. Per me non era il primo viaggio,
ma era il primo verso il Sud.
Sud, terra
di sole e mare. Questo pensiero mi mandava al settimo cielo. Era agosto. I vagoni
erano stracarichi di gente. Trovare un posto libero era come trovare una fontanella
d’acqua fresca nel bel mezzo di un deserto.
Cosi ci
stendemmo per terra nel corridoio. Quando mi svegliai guardai Marina e Laura
che erano ancora assopite. Mi accesi una sigaretta. Guardai fuori dal
finestrino. Laggiù c’erano tante luci. Sicuramente doveva essere un paese. Era
così bello! Anche il treno rallentava ed io approfittai per svegliare Marina e
Laura: “Svegliatevi e guardate fuori”, dissi. Stancamente si alzarono e guardavano.
Ad un tratto Marina mi abbracciò: “Sono tanto felice, Valentina!” Quel gesto
mi commosse, ma non lo feci capire. Passammo la notte ammassati nel
corridoio. Non si poteva certo dormire. Non pensavo a niente. Mi lasciavo
cullare dal rumore del treno.
Ci colsero
le prime luci dell’alba e mi accorsi di avere fame.
Durante la notte avevo fumato tanto che il primo boccone inghiottito fece un
tonfo nello stomaco. Stavo terminando il panino quando Marina mi fece cenno
con la testa. Anche Laura fece una smorfia di
disgusto. Una famiglia stava tranquillamente banchettando con pane e salame .
La tribù era composta da una vecchia, una donna, un vecchio, un uomo e quattro
marmocchi. Il più grande, avrà avuto otto anni, non smetteva di pulirsi il
naso, gli altri due giocavano tirandosi pezzi di pane. Il più piccolo aveva le mutande che arrivavano alle
ginocchia. Da come dondolavano sembrava che contenessero roba poco simpatica,
il vecchio stava tagliando a fette una grossa forma di pane rotonda come una
pietra, che poi divideva con gli altri. Mentre distribuiva i viveri ogni tanto
si grattava i piedi nudi per poi continuare a tagliare pane e salame.
Ecco..., dopo
aver visto questa scena non riuscivo a mandar giù l’ultimo boccone. Mi sembrava
che il panino odorasse di tutto fuorché di prosciutto. Cercai perfino di
immaginare di trovarmi nel più lussuoso e pulito ristorante di Parigi, mentre
camerieri in guanti bianchi mi servivano panini imbottiti di prosciutto.
Niente, non andava giù.
Anche se
non guardavo più nello scompartimento, immaginavo tutto.
Dal treno si
poteva vedere fuori molto bene adesso. Lunghe distese di terra con l’erba alta
e secca, a tratti vigneti, poi chilometri e chilometri di pianura. La terra era
di color rosso. Quello che più mi colpì fu che c’era solo terra e basta. Di
tanto in tanto si vedeva un olivo che quasi stonava e faceva pena in mezzo all’immensa pianura rossa, cosparsa qua e là di pietre
sotto il sole cocente. Ogni tanto vedevamo casupole costruite con pietre, i
trulli.
Ci
chiedevamo chi potesse mai abitare in quel deserto di fuoco e di solitudine.
Eravamo così prese ed intente ad osservare che nessuno
parlava. “Se guardo fuori mi sento strana e non vedo l’ora di arrivare’’, dissi.
Marina ci
indicò uno spiazzo fra le pietre. Pensai che in quel posto la temperatura
doveva raggiungere i 600 all’ombra. “Vogliamo abbronzarci’’
disse Marina ‘‘no?’’.
Dopo
diciassette ore di viaggio arrivammo alla stazione. Ci guardammo in faccia.
Marina e Laura avevano la faccia bianca, gli occhi piccoli
ed infossati e puzzavamo come capre. “Sembriamo uscite da un campo di concentramento”,
dissi.
“Sbrighiamoci
ad arrivare che ho una gran voglia di farmi una doccia fresca. Se sto così
ancora un po’, sarò vittima dei pidocchi!”, esclamò Laura preoccupatissima.
Appena
fuori dalla stazione c’era un piazzale con bus, corriere ed altri mezzi che
portavano gente ai vari paesi. Restammo esterrefatte quando uno, due, tre,
quattro uomini, ci vennero incontro chiedendoci dove volevamo andare ed
offrendosi di accompagnarci con la macchina. Presumevamo fossero taxisti, anche se non avevano niente in comune con un vero
taxista.
Un ometto
dai capelli nerissimi e ricci, dal viso abbronzatissimo
che si perdeva dietro due grandi baffi, si avvicinò a Laura, le prese lo zaino
e disse:
“Signorine, venite? “ Non ebbe il tempo di finire la frase che
sentii una stretta al braccio: mi girai. Era un uomo sui sessanta anni. Quando
lo guardai mi sorrise; ma quel sorriso si spense subito perché lo fulminai con
un’occhiataccia.
Ritirò subito
la mano dal mio braccio e, cercando di darsi un contegno, mi disse: “Pensavo che
aveste bisogno di una persona che conosce la città. Io sono l’unico che la conosce
bene” concluse. Non risposi.
Eravamo tutte
e tre in imbarazzo. Stavamo discutendo e avevamo quasi deciso per l’uomo dai
grandi baffi quando si avvicinò un omone alto, grosso, con la barba e i capelli
biondi. Senza neppure sapere il perché, istintivamente, decidemmo per lui.
Laura disse: “Noi dobbiamo andare in centro a Taranto.” Gli elencò la via, il
numero ed il nome della pensione che avevamo prenotato. L’omone senza dir
nulla, prese due nostre valigie e le caricò sulla sua auto. Lo seguimmo e salimmo.
Solamente Marina si sporse dal finestrino e disse agli altri: ‘‘Se volete,
potete venire anche voi!’’. Marina colse il nostro disappunto e si mise a
ridere. Ad un tratto la sua euforia terminò e ci disse: “Ma di che cosa avete
paura?” Marina continuò “Ah, che bello!” mentre si toglieva i jeans per
mettersi i calzoncini corti. E lo fece in macchina, con la disinvoltura che
avrebbe usato se fosse stata in bagno da sola.
Laura
disse: “Vuoi vedere che questa volta ci rispediscono dentro una bara con sopra
scritto:
«Ammazzate perché - spudorate erano
- e beffati ci hanno!»” Mentre fantasticavamo l’autista imboccava strade e
vicoli stretti. Finalmente arrivammo alla sospirata pensione. Scaricammo
mentre Marina pagava il taxi.
La camera prenotata
era molto ampia. C’era una sola finestra. Eravamo al decimo piano e, guardando
fuori, si poteva ammirare uno spettacolo affascinante. Ai nostri occhi si
offriva prepotente la città con le sue strade e i suoi grandi palazzi e sopra
ogni palazzo un terrazzone dove le donne stendevano
la biancheria. Sembrava che questi palazzi avessero un loro ombrellone per
ripararsi dal sole, tanta era la biancheria distesa sopra. Avevamo una camera
grande e due servizi, ognuno con doccia. Marina ne approfittò subito per farsi
una doccia; Laura si mise quasi in libertà, restando con i soli slip. Mi
sdraiai sul letto. Guardavo il soffitto e non pensavo a niente. Ero talmente
assorta dalla mia pace interiore che quando sentii una vocina parlare mi
sembrò lontanissima.
Era Laura
che mi stava chiedendo quando sarebbero arrivate le ragazze di Taranto conosciute
un anno prima a Roma. Avevo promesso loro che l’anno seguente sarei andata a
trovarle e infatti... Laura voleva sistemare i bagagli prima che arrivassero. ‘Si
sta così bene qui che non ho voglia di alzarmi. Mi alzerò solo quando Marina
avrà finito di fare la doccia e poi la farò anch’io”,
dissi. Marina usci dal bagno con la faccia gioiosa, cantando a squarciagola. “Questa
sera voglio andare a ballare!”, esclamò. Io e Laura ci guardammo in faccia.
Avevamo lo stesso pensiero. Dove voleva mai andare quella, dopo un simile
viaggio? Mi alzai dicendo: “Okay, questa sera andiamo a ballare.’’ Laura
continuava a fissarmi silenziosa come per dirmi: “anche tu stai impazzendo.”
Marina lanciò l’asciugamano in aria, mandando un grido: “Finalmente le
«matusa» si danno da fare!” Eravamo state pazze ad andare in discoteca quella
sera. Tornammo alla pensione sfinite, ma non si riusciva a dormire tanta era l’afa.
Così ci mettemmo a tavolino con carta, penna e carta geografica per preparare
l’itinerario per l’indomani. C’erano un sacco di cose da fare e da visitare.
Sentivo gli occhi pesanti: infatti erano le tre e trenta. Ci addormentammo
subito come talpe.
“Dai,
svegliati!’’, non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Mi incamminai verso il
bagno e dopo una doccia fredda mi svegliai completamente. ‘Dai! Andiamo al
bar!” ci disse Laura. Faceva talmente caldo che non si poteva mettere un
vestito. Così uscimmo con shorts e maglietta. Stavamo
camminando lungo il marciapiede quando alle nostre spalle sentimmo un tonfo,
come se qualcosa fosse caduto dall’alto, rompendosi.
Che paura!! Guardammo per vedere cosa era successo. Una signora dal settimo
piano aveva buttato dalla finestra una bottiglia di vetro. “Ma non è l’ultima
sera dell’anno che buttano giù la roba dalle
finestre?” chiesi. “Probabilmente per loro, ogni giorno è S. Silvestro’’,
rispose Marina.
C’erano in città
anche giardini molto belli, ma nella maggior parte regnava l’erba alta e secca.
Fra quest’erba c’erano bottiglie, barattoli, stracci,
pannolini, pezzi di anguria e, ultimo tocco di raffinatezza, dei vasi da
notte, I bambini li usavano per giocare al pallone. Dopo un po’
anche noi ci eravamo abituate a buttare le carte per terra. “Scommetto che se
getto una carta nel cestino delle immondizie, mi arrestano”, commentò Marina.
Arrivate
sulla soglia del bar, sentimmo un “buon giorno!” detto in inglese. Mi guardai
attorno per vedere a chi si rivolgeva quel saluto. Non c’era nessuno, tranne
noi tre. Il cameriere, vedendo che nessuno aveva risposto, ci venne incontro:
‘‘Guten
Tag, Fraeulein, schoenes Wetter,
heute!” Questa volta parlava tedesco e per di più con accento meridionale
che ci fece fare una gran risata. ‘‘Scusi, noi siamo italiane!’’, specificai. “Ah!,
mannaggia, vi avevo scambiato per turiste straniere!”,
si scusò lui. Dopo aver bevuto il caffè e mangiato brioches pagammo lire quindicimila ringraziando Dio di
essere nate italiane, altrimenti chissà quanto ci avrebbe pelato quel “burino”.
Ci avevano
scambiate per turiste straniere più volte. Il portinaio della pensione ci spiegò
che l’equivoco era dovuto al colore chiaro dei capelli, alla pelle chiara e all’altezza. ‘‘Le nostre ragazze”, continuò “Non vanno in
giro con shorts.” “Beh!, lasciamo perdere’’, dissi.
I giorni
trascorrevano velocemente. Ne combinavamo di tutti i colori. Vivevamo giornate
gioiosamente piene. Il mare era così limpido che nei punti più bassi si intravvedevano i pesci sul fondale. Poi ci stendevamo sugli
scogli ad abbronzarci e in pochi giorni la nostra pelle cambiò colore. Ogni
tanto lasciavamo la città per raggiungere i paesi in collina, con tanti
vigneti, dove mangiavamo l’uva. Quante corse fra quei vigneti e quegli uliveti !
I contadini
del luogo ci offrivano vino che, dopo un bicchiere ci faceva girare la testa.
Le donne, che lo sapevano, ci accompagnavano in cucina dove ci avvolgeva un
odore di pane e di pizza fatta in casa. Mi sembra ancora di sentire quel buon
sapore di pane appena sfornato....
Visitammo
il centro storico, musei, biblioteche, acquari, castelli, negozi...
Chi lo avrebbe
mai immaginato? La sera andavamo a mangiare nei ristoranti di lusso: “Crepi l’avarizia”,
dicevamo. Quando rientravamo i nostri letti ci accoglievano sfinite, ma contente,
tanto contente che prima di addormentarci avevamo ancora la forza di pensare a
cosa avremmo fatto il giorno dopo. Purtroppo i giorni volarono e dovemmo
salutare gli amici. Eravamo di nuovo alla stazione, ma per il ritorno questa
volta.
Ringraziammo
il mare, gli scogli, le verdi colline, gli oliveti, i contadini, quel cielo
bianco, quell’aria che odorava di sale e di pane
fresco, quei lunghi viali alberati, accompagnati da quella brezza che sapeva
di mare e di vita, quelle vecchie barche che non muoiono mai. Lasciammo i
pescatori che amano il mare come un figlio, quelle donne le cui rughe sul viso
esprimono il duro sacrificio di una vita donata alla famiglia, ai figli, ai
mariti, alla terra che amano profondamente. Quel piccolo mondo era tanto ricco
di umanità e ci regalò otto giorni di pace, di serenità e di spensieratezza.
CAP. III
Il mio “tarlo’’ era capire perché volevo
tanto bene a mia madre e nello stesso tempo perché non riuscivamo a
comprenderci. Ero turbata da vari incubi, specialmente dopo certe liti. Una volta
mamma disse una frase: “Fai quello che vuoi, ma se ti succede qualcosa la
responsabilità sarà tutta tua”. Tante volte penso che queste parole mi sono
state utili.
Mi sdraio sul
letto. Un sonno profondo mi avvolge, mi entra nei cervello, s’impossessa del
mio corpo. Combatto. Mi dispero incapace di reagire. Il mio corpo si muove con
tormento. Il mio cervello segue l’ombra nella sua assurdità, nella sua
fantasia, nella sua immensità. Buio, silenzio. Apro gli occhi. Quell’ombra nera non c’è più.
Illusioni. Un’altra ombra mi chiama. E’ un’ombra
chiara, pungente, è ombra della realtà. Tu sei l’ombra che mi sta appiccicata
come la pece, che mi fa morire e vivere. Non mi hai mai accettata per quello
che sono, ma per quello che dovevo essere Io con le mie esperienze negative e
positive. Io con i miei mille amori ed un solo vero amore.
Io dolce
lo nervosa
Io stupida
Io vagabonda
Io grande
Io piccola
Io nata per sbaglio
Io che voglio vivere
Io smemorata
lo che non vorrei essere mai nata
lo simpatica
Io antipatica
Io atea
Io che vorrei credere
Io incoerente
Io egoista
Io altruista
Io sensibile
Io che soffro
Io che piango
Io missionaria
Io che rido
Io forte
Io debole
Io triste
Io allegra
Io che fumo per morire
Io che bevo latte per
disintossicarmi
Io così perché sono così
Io tutto
Io niente.
Non
giudicare. Per una volta, in silenzio, accettami come sono realmente, come
faccio io. Perché delle volte ti odio; perché quando litighiamo ci offendiamo,
perché quando ti voglio bene è un bene profondo, perché solo la tua
comprensione ha dato spazio ai miei bollenti sfoghi.
Perché nel
tuo piccolo sei GRANDE.
Un giorno vidi
mia nipote piangere disperatamente. “Se vado da nonna Giacomina per giocare
con Susanna” - mi disse - mi sgrida perché non devo toccare questo o quello e
devo sempre star ferma. Se la mia amica viene qui, la nonna brontola perché ci
sporchiamo. Dove gioco io?” - Mi venne un nodo alla gola. “Giocate con le
bambole o andate a fare un giro in bici!’’, dissi. “Si! Le bambole; non
possiamo nemmeno togliere i vestiti alle bambole. La nonna dice che non stanno
bene nude. Se andiamo in bici dove possiamo correre? In piazza no perché è pericoloso,
in giardino nemmeno perché roviniamo i fiori...”
Cominciai a
lavorare in una casa per autogestiti . Non era la
prima volta che vi entravo ma questa volta appariva tutto diverso.
Attraversai i lunghi corridoi respirando
ansiosamente. Continuavo a camminare assorbendo quel silenzio diverso dai
soliti. Era un silenzio che sapeva di morte. Ad un tratto sentii delle voci
venire da una stanza. D’istinto aprii la porta e mi apparve una grande sala
con tavoli, vidi persone curve, stanche, con visi pieni di rughe e vestiti di
scuro. Sentii i loro sguardi su di me ma era come se non mi vedessero. Con un
filo di voce dissi: “Dio mio, che disperazione!”. Mi feci forza appoggiandomi
alla porta ormai chiusa. Non era giusto che la vita fosse stata così crudele.
Non era giusto che un uomo avesse fatto la guerra, sofferto la fame, lavorato
una vita, messo al mondo figli per poi trovarsi in un posto come quello. Con un
immenso sforzo rifiutai questi pensieri. Uscii. E presi una decisione molto
importante. Durante la nostra vita noi impariamo qualcosa, ma questa volta
volevo apprendere ad amare.
Quella
gente non aveva bisogno di pastiglie ma di amore. Ero talmente presa che cominciai
a trascurare gli amici. Non m’interessava più leggere, suonare la chitarra,
pattinare, uscire con gli amici tutte le sere fino alle ore piccole. Non andavo
più in discoteca. Ma DONARE è più difficile di quel che si pensa. Capii in
seguito che il mio donare era RICEVERE. L’egoismo non esisteva nel cuore di
quella gente vestita di scuro, ma solo in noi che vivevamo all’esterno.
Dio ha donato loro la saggezza e l’amore in cambio di tutti i sacrifici
passati. È una ricompensa che noi, condizionati, non riusciamo a capire. Dopo
un lungo periodo di lavoro nella casa di riposo, sentii il desiderio di
riallacciare le vecchie amicizie e di riprendere gli svaghi di un tempo. Ma
ora vivevo la mia gioventù in modo diverso. Cominciavo a scoprire valori, ed
amarli.
CAP IV
Quel giorno
era il compleanno della nonna. Da quando era morto il nonno, nonna non aveva dato
più festicciole in suo onore, anzi sembrava che tutti se ne fossero
dimenticati. Fui presa da un momento di tristezza, così verso sera, mi
presentai a casa della nonna con una bella torta di fragole che a lei piaceva
tanto. "Auguri, nonnina!", dissi abbracciandola. Sembrava commossa.
Sul tardi telefonarono anche i miei genitori e mia sorella dalla Germania per
fare gli auguri alla nonna. "Meno male, se ne sono ricordati", mi
dissi. Mio fratello era momentaneamente in Italia, ma fuori casa per affari
suoi, la nonna disse che passava l'indomani. Restai con la nonna a dormire.
La mattina
dopo sentii un gran colpo: la nonna era venuta nella mia camera, aveva aperto
finestre e balconi e gridava gioiosa: "Su, svegliati, guarda che bella
giornata!" lo aprii un occhio, e piano piano
cominciai ad alzarmi: ero mezza intontita dal sole che mi batteva in testa.
"Dio! Come è piacevole svegliarsi a casa della nonna, mi sembra di essere
tornata bambina!" , esclamai. Scelsi un pessimo abbigliamento e me ne
resi conto soltanto quando terminai di vestirmi. Avevo indossato jeans bianchi
troppo consumati, una grande camicia a quadri, sopra un maglione tanto largo da
starci dentro tre volte ed una casacca da naja,
quella che avevo fregato tempo fa a mio fratello, ed infine scarpe da
ginnastica.
Andai in cucina, mia nonna mi preparò un bel caffè bollente. La mattina non c'era niente che potesse farmi piacere come una grande tazza di caffè nero. Mentre sorseggiavo il caffè, buttai un'occhiata alla sveglia che stava sulla credenza proprio di fronte a me: mi venne quasi un colpo e per poco non mi andò di traverso il caffè. Mi alzai e chiesi: "Ma nonna, perché buttarmi giù dal letto alle sette del mattino?" "Con una giornata così bella come si fa a stare a letto fino a tardi! E poi, me lo avevi detto tu di chiamarti presto!" disse. "Avrei piacere che tu ti alzassi, anche perché andrò da mia sorella