M.LUISA ZAMBON

GELATO BLU

 

 

(Prefazione)

 

Piccole storie come queste fanno bene. Metto­no il lettore immediatamente a suo agio perché,esattamente nell’istante in cui denunciano l’assen­za di grandi pretese editoriali, cominciano a parla­re un linguaggio semplice, sodo. concreto, partecipato, frutto di ricordi portati avanti con amore.

Amore per quella che potremo chiamare lo pro­pria isola culturale, la propria esperienza in gelateria . Qualcuno potrà dire che in questo libro c’è della nostalgia, ma è una nostalgia che fa bene al cuore. Qualcuno potrà dire anche che il ricordo e la memoria affollano la mente ed assillano la scrittrice. E’ vero: ma, naturalmente, questo è un pregio non un limite: tutto va connesso con il messaggio che queste pagine vogliono raccontare.

E il messaggio rivive in queste pagine non per un recente passato, ma per il senso stesso delle nostre radici di emigranti tra il Veneto e la Germania.Ai giovani, insomma, si dice: queste sono state le “occasioni”, il ‘quotidiano’’ mio e vostro. A chi può ricordare per esperienza diretta que­ste pagine suggeriscono i vece che il ricordo non è inutile quando ad esso sono in molti a partecipare. Auguro all’autrice il successo che merita questo sforzo e sono certo che il piccolo mondo del gelatiere artigiano saprà apprezzare.

 

 

Il Presidente

Maurizio Lucchetta

 

 

 A tutti gli amici che ho conosciuto in questo mondo, convinta che, insieme abbiamo passato momenti significativi

Desidero ringraziare quelle persone che, magari senza accorgersene, mi hanno aiutato a realizzare un piccolo sogno.

In particolare lo stimolo insolente e provocatorio dell’amico Gianni Z. e l’incoraggiamento, la pazienza e la discrezione del mio angelo custode: Prof. Marina M.

 

***


 

Ogni domenica mattina la nonna veniva a sve­gliarmi, io ancora assonnata accoglievo entusiasta l’idea di prepararmi e mettermi il vestito rosa con i pizzi attorno alle maniche corte. Poi andavo in cucina e mio nonno, vedendomi, esclamava: “Oh! Ecco la nostra farfallina!”. Andavo in chiesa con la nonna. Finita la messa, la nonna mi prendeva per mano e camminavamo lungo il viale che por­tava ai giardini. Il carretto cigolante si avvicinava dal fondo della strada. Avevo già l’acquolina in bocca. Pian piano arrivava accanto a noi ed io os­servavo felice i coni del gelato disegnati sullo sfondo blu del carretto. Mia nonna prendeva dalla borsetta di finto coccodrillo il portamonete di pezza, ne to­glieva una da dieci lire e mi diceva: “Adesso ci pren­diamo un bel gelato; che gusto vuoi?” lo, chissà per quale motivo, una volta dichiarai : “Voglio una pallina blu”. La nonna sorrise e con sguardo dol­ce mi disse: ‘‘Non esiste gelato blu. Ma se proprio lo desideri, puoi averlo nella tua fantasia ’’.

 

 

***

 

 

CAP. I

 

Mio nonno fu uno dei tanti pionieri del gelato in Ungheria, poi sì trasferì in Germania, a Francoforte. Quando mio padre si sposò, con l’aiuto del nonno si comperò una gelateria nella regione nord Rhein Westfahlen, a Paderbon.

Lui, la mamma e altre due persone mandava­no avanti la gelateria. Poi nacque mia sorella Lorena. Mamma era felice. Papà forse preferiva un maschio perché, come diceva lui: ‘l figli maschi portano avanti la generazione!” A distanza di tre anni nacqui io. Non so come la prese papà, so soltanto che, anche se non eravamo maschi, non ci fece mai mancare nulla ed era molto affettuoso.

Sono dunque la secondogenita di tre figli, la più irrequieta, cresciuta quasi sempre con la nonna.

Finito l’anno scolastico, papà veniva a prenderci per portarci in Germania e li rimanevamo quasi tut­to il tempo delle vacanze. Ero felice di poter stare con i miei genitori anche se avevano poco tempo da dedicare a noi tre. Mia sorella già aiutava papà e mamma in gelateria e io potevo giocare poco insieme a lei. Trascorrevo le mie giornate a volte sola ed altre volte in compagnia di ragazzini tedeschi. Due volte la settimana andavo in piscina accompagnata da qualche ragazza che lavorava nella nostra gelateria. Mi piaceva tanto andare in piscina perché mi ricordava il mare in Italia. Mamma, quando aveva tempo, mi portava con sé a fare le spese. Tutti i giorni mi sembravano uguali. Spesso scrivevo alla nonna perché avevo tanta nostalgia di casa.

Ad ottobre preparavamo le valigie per venire in Italia. La gelateria chiudeva perché la stagione finiva, inoltre noi bambine dovevamo andare a scuola. Ma quell’anno c’era una novità: la mamma era ormai al settimo mese di gravidanza.

Per tutta la famiglia ritornare in Italia era una festa; papà ci prometteva tante cose: “Vedrete bambine, faremo pazzie durante quei tre mesi che rimarremo in Italia”.

S.Nicolò era un’occasione per coprirci di doni. Durante le feste di Natale andavamo tutti e quat­tro  in montagna e lì, in una vecchia casera con al­tre due coppie e rispettivi figli, trascorrevamo anche il Capodanno. La mamma e due sue amiche trafficavano tutto il giorno tra i fornelli. Io, mia sorella, due maschi e un’altra bambina, giocava­mo e correvamo dal salotto alla cucina. Ogni tan­to qualcuno riuscivamo a rubare un biscotto o qual­che altra leccornia. La mamma, che non ammette­va che si mangiasse fuori pasto, per una volta o due faceva finta di non vedere, ma poi ci prendeva con le mani dentro una teiera dove c’erano biscotti an­cora caldi. Allora si arrabbiava tanto e ci manda­va in salotto, dicendoci che il primo che avesse osa­to rubacchiare ancora, invece di festeggiare il Ca­podanno sarebbe andato a letto presto e senza ce­na. Forse lo diceva per farci stare un po’ buoni e fermi, comunque fu presa in parola. Papà e i due suoi amici preparavano intanto la legna per il ca­minetto e toglievano il vino da una grossa dami­giana passandolo nelle bottiglie.

Passato il Capodanno, arrivava il giorno di ri­tornare a casa: saluti e abbracci con appuntamen­to al prossimo anno.

Arrivava il sei gennaio con la Befana. Nella no­stra provincia i contadini, allora come oggi, rac­coglievano legna nei boschi per costruire una grande catasta alta anche dai dieci ai venti metri e sopra mettevano una sagoma dì stracci a forma di vec­chia. La sera del sei gennaio, secondo a tradizio­ne, si bruciava questo falò. Tutti ci divertivamo. Era un rito vero e proprio. Mentre la legna ardeva urlavamo: ‘‘Pan e vin’ e ‘‘la pinza sul larin’’.

Quando il fuoco stava per spegnersi le donne mettevano sopra una grande tavola dei fiaschi di vino e dei dolci fatti in casa, mentre da una parte, in una grossa pentola, bolliva vino caldo. Tutti po­tevamo mangiare e bere. Ad un certo punto della serata gli uomini si radunavano insieme e cantavano vecchie canzoni e ogni tanto, rivolgendosi alle donne, dicevano in coro: ‘Donne, porté vin de la cagliera !”

Queste feste finivano sempre molto tardi. An­che per noi più piccoli erano un’eccezione. E così andavamo a casa insieme ai grandi.

 

***

 

Mamma stava poco bene, correva spesso in ba­gno a vomitare, mancavano pochi giorni al parto. Giovanni nacque la domenica del 25 gennaio. Il pa­pà aveva portato in fretta e furia la mamma all’ospedale. La sera quando tornò a casa, lo e mia so­rella Io stavamo aspettando sulla soglia. Papà ci venne incontro, sì inginocchiò, ci strinse fra le sue forti braccia e con gli occhi lucidi ci disse: ‘‘La mamma vi ha dato un fratellino. Stanno bene tutti e due. Vi manda un bacio ”.

La mamma tornò a casa dall’ospedale con il pic­cino e noi ci accorgevamo dei tempo che volava. Ormai eravamo ai primi di febbraio Era tempo di preparare le valigie. Mamma, papà e il fratellino partivano di nuovo per la Germania, la stagione cominciava a febbraio. “Anche se c’é la neve e fa freddo, i tedeschi mangiano lo stesso il gelato”, di­ceva papà.

Così cominciava ogni anno la stagione, ma que­sto fu un anno diverso dai solito perché mori il nonno. Papà e mamma dovettero lavorare di più. Pa­pà infatti, essendo figlio unico, ereditò la gelateria del nonno e dovette mandarla avanti fino a fine sta­gione. Durante quel periodo papà e mamma ave­vano poco tempo da dedicare a me e a mia sorella, tanto erano impegnati nel loro lavoro. Così deci­sero che io, essendo la più piccola, restassi dalla nonna durante le vacanze estive. Questo mi fece tanto piacere, anche perché papà mi promise che a settembre avrebbe fatto una capatina per venir­mi a prendere e portarmi a visitare la città di Fran­coforte.

 

Anche se dentro di me provai un po’ di dolore nel lasciare mamma, papà e sorella, mi adattai su­bito all’idea di stare con la nonna, forse perché ero già stata tanto tempo con lei. Mi sentivo felice fra quei prati verdi, i fiori, il bosco, le belle, lunghe giornate calde, il cane Fufi, il gatto, le tortore che nonna teneva in una grande gabbia. Ogni mattina davamo loro da mangiare chicchi di grano, poi cambiavamo l’acqua, mettendola pulita e fresca. Nel pomeriggio, quando nonna si ritirava per un pisolino, io venivo messa a dormire in una came­retta a pian terreno.

La stanza, non tanto grande, aveva una porta che dava sul pianerottolo dove si trovava una pol­trona in vimini talmente vecchia che ormai era di­ventata a macchie nere. Mi ricordavo di averla sem­pre vista lì; sembrava un uomo seduto che guar­dasse le lunghe distese di vigneti e nello stesso tempo volesse proteggere quella stanza, dove regnava un’atmosfera tranquilla che dava un senso di pa­ce, di beatitudine. Forse anche la nonna aveva cap­tato questa sensazione. Infatti anche lei, nei pome­riggi afosi destate, desiderava trascorrere due-tre orette a pisolare in quella stanza nel letto in noce da una piazza e mezza, così vecchio che al minimo movimento scricchiolava e si muovevano le assi, fa­cendo traballare la statuina di S. Antonio che si tro­vava sopra la testiera.

Sempre in quel periodo, dal lunedì al venerdì pomeriggio andavo insieme ad altri bambini da due signorine che si occupavano di noi. Mamma e pa­pà avevano deciso così, perché non pesassi troppo sulla nonna. Ma a me questo impegno pomeridia­no non piaceva perché era più o meno come anda­re a scuola, anche se non si facevano lezioni. In­fatti bisognava sempre stare in ordine, essere ob­bedienti e silenziosi, ascoltare la signorina quando ci leggeva le favole.

Un giorno la settimana ci portavano a fare una passeggiata per le vie del paese. Allora dovevamo stare a destra, infila per due..., insomma neanche la passeggiata ci piaceva, così che quel giorno, all’angolo della strada costeggiato da case, invece di girare a destra, come tutti gli altri bambini, seguen­do la signorina, io girai a sinistra. Andai a casa della zia che mi accolse sbalordita, facendomi un sacco di domande. Più tardi la zia telefonò alla nonna che aveva già ricevuto la telefonata della signori­na; il caso ebbe anche il suo lato positivo. Da quel giorno infatti nonna mi tenne a casa con lei e io ne fui felicissima.

Trascorrevo tutti i miei pomeriggi con Fufi gi­rovagando qua e là per prati e boschi. Di tanto in tanto mi fermavo per tirare qualche sasso nel ru­scello. Mi piaceva sentire il rumore e guardare i cer­chi che si formavano nell’acqua. Queste passeggiate con Fufi tra i boschi erano cosi belle che a volte quasi non ci accorgevamo che il tempo passava. La nonna a casa stava in pensiero per noi.

Al ritorno ci preparava sempre la cioccolata con i biscotti fatti da lei o una grande fetta di pane con sopra tanta marmellata di more. Anche Fufi vole­va la sua parte. Se la nonna si dimenticava di lui, Fufi la seguiva ovunque con la testa alta, mugo­lando e scodinzolando, finché la nonna gli dava un po’ di latte e un pezzetto di formaggio.

E lui, dopo aver mangiato, scappava di corsa saltellando nel tentativo di acchiappare qualche mo­sca o qualche farfalla di passaggio o correndo die­tro al gatto. Al calar del sole la nonna mi portava nell’orto a innaffiare la verdura e a raccogliere qual­cosa per il giorno dopo.

 

Il tempo passò in fretta. Così a settembre arri­vò papà a prendermi, come promesso.

Era la prima volta che mi portava a Francoforte e provai una forte emozione. Non avevo mai visto una città così grande. Fui colpita nel vedere la gran­diosità dei grattacieli e affascinata dalle vie con tutti quei negozi. Mi sentivo così felice che mi sembra­va di sognare.

Mi sentivo un cervo fra il silenzio delle monta­gne, un uccello nel cielo sereno, un pesce nel pro­fondo del mare, una tigre nella foresta, una cocci­nella in un grande prato. Credevo all’amore, cre­devo nella dolcezza della vita, amavo gente sem­plice e buona cercando di capire gli altri.

Riuscivo a commuovermi di fronte alle bellez­ze della natura, ad intenerirmi accarezzando un ca­ne. Amavo la mia chitarra e tutte le cose nuove, strane che non conoscevo, che non avevo ma, vi­sto. Facevo conoscenze strane e dicevo che c’era posto anche per loro. Niente e nessuno mi era in­differente o inutile. Mi interessava tutto e tutto amavo; perché la mia era gioia di vivere, era bontà.

 

Ora, inghiottita dal caos della gente nella città di Francoforte ammiravo quei palazzi alti. Erano molto più alti di quel pioppo che svettava sopra la collina di casa mia. Mai avrei pensato ci potessero essere case così alte, che per guardarle dovevo ro­vesciare completamente la testa all’indietro ri­schiando le vertigini. Mi chiedevo perché le aveva­no costruite a forma rettangolare, con tante, tante finestre. E quel colore grigio! Sembravano tanto tristi colorate così. E poi dicevo: ‘Perché senza tet­to? Che si siano dimenticati di farglielo?’’ Questi palazzi messi in fila indiana mi davano l’impres­sione di uomini grandi e forti, senza cappello e tan­to tristi. Le strade erano così grandi con tante mac­chine e i marciapiedi erano gremiti di passanti fret­tolosi, curiosi. Altri, con l’aria annoiata, passeg­giavano sbirciando le vetrine.

Sbalordii vedendo tutte quelle cose esposte per quanto mi sforzassi non riuscivo ad immaginare qualcosa che non fosse esposto: c’era tutto.

Tutte quelle vetrine illuminate, quelle insegne gaie mi facevano pensare al Natale. Quante cose stavo vedendo! Troppe. O “forse conosco poche cose”, pensai. Ero ubriaca di gioia ed il cuore mi batteva forte dall’emozione. Avrei voluto gridare:

“Bello! Fantastico!” Quel sublime paradiso di caos mi esaltava. Ora non camminavo più, ma corre­vo, correvo saltellando con le braccia verso l’alto,gridando di gioia. Sorridevo a tutti. Se avessi potu­to avrei abbracciato chiunque. Malgrado non co­noscessi la città, non mi sentivo smarrita né confu­sa. Era come se ci fossi nata in quel caos. Quel caos mi dava una strana luce. Il viso mi si illuminava. Gli occhi mi brillavano. Mi fermai un momento. Il mio viso ebbe un’espressione triste. Pensavo ai miei amici lasciati al paese. Dio mio, quanto desideravo fossero lì, con me, in quel momento. Sarebbe pia­ciuto tanto anche a loro ammirare quello spettaco­lo ed insieme gridare di gioia, prendersi per mano, camminare per quelle lunghe scalinate che portavano in cima ad una torre.

Loro non erano stati fortunati come me. Ma quando fossi ritornata avrei raccontato loro ogni co­sa, ogni particolare. Questo pensiero mi consolava.

Al ritorno con gli amici mi sedetti in un prato, attorno ad un bel fuoco, e cominciai a dar sfogo ai miei sentimenti raccontando la mia avventura. La notte ci colse di sorpresa, nemmeno ce ne accorgem­mo . Alle primi luci dell’alba ci alzammo intirizziti dal tappeto erboso ormai bagnato dalla rugiada. Ci incamminammo sbadigliando verso le nostre case. Gli amici sognavano a occhi aperti. Non avevano mai visto una città, ma io l’avevo descritta loro con tanta gioia che era come se l’avessero vista veramente.

La gioia per me non era soltanto ottenere qual­cosa, ma soprattutto dividere le mie esperienze con gli altri, poter dare sempre di più ed il meglio di me stessa a chi amavo.

Perciò mamma quando tu mi dicevi che non riu­scivi a capire cosa io volessi dalla vita, disperata per quella verità, correvo per quei campi lunghi e ver­di, mi sedevo per terra nell’erba ad osservare la coc­cinella che mi passava accanto e allora ridevo, ridevo nel vederla così indifesa e spaventata. Quel co­sino rosso con macchiette nere mi faceva tanta te­nerezza. Cercava di scappare, si arrampicava su per un filo d’erba, scendeva per poi risalire di nuovo e così via per lunghi minuti.

Trascorrevo ore ad osservare questi piccoli in­setti che non erano mai della stessa specie. Poi mi mettevo a correre, ma l’erba era talmente alta che inciampavo e cadevo per terra. Allora mi mettevo a piangere e correvo verso casa. La mia emozione, mamma, era grande nel raccontarti quello che ave­vo visto. Ma tu, senza nemmeno il tempo di dire niente, mi sgridavi perché mi ero sporcata e dovevi lavare la mia roba.

Quante cose ti volevo dire, ma tu avevi sempre tanto da fare e non avevi mai il tempo per ascoltarmi.

Non mi hai mai chiesto perché non volli più an­dare a scuola e perché ripresi dopo diversi anni. Ma una ragione c’è: quasi tutti noi ragazzi sbagliavamo sempre a scrivere una certa parola. La profes­soressa un giorno si arrabbiò tanto e ce la spiegò bene. Dopo due o tre giorni, in un compito, c’era di nuovo questa famosa parola. Al momento della correzione la professoressa si accorse che Andrea aveva sbagliato a scriverla. Non disse niente. Fece solo una linea con la penna rossa. Dopo Andrea altre tre correzioni e tutto bene. Venne il turno di Mauro. Anche lui fece lo stesso errore. La profes­soressa non gli disse nulla e nemmeno agli altri cin­que che seguirono. Venne il mio turno. Lesse, ml guardò, abbassò gli occhi sul mio quaderno e mi mollò un ceffone.

Poi parlando al plurale, urlò: ‘Come devo farvelo capire che non si scrive così? Siete degli asi­ni!” Quel ceffone mi tormentò per anni. Speravo. speravo sempre, mamma, che un giorno avremmo veramente parlato. Allora avrei potuto dirti tutto quello che avevo dentro, tutto quello che mi fosse passato per la testa. Lavoravo all’oscuro di tutti, per poi un giorno uscire da questo tunnel con qual­cosa di buono. Finite le scuole dell’obbligo, non volli più saperne di continuare: ‘Farò qualche cor­so serale se sarà necessario”, mi dicevo. Non volli neanche lavorare nella gelateria di papà. Ero trop­po orgogliosa, volevo imparare a camminare sen­za l’aiuto di nessuno. Allora non sapevo quanto mi sarebbe costato.

 

Gli anni passavano. Crescevo. Incontrai Pao­lo. Avevo sedici anni. Paolo mi piaceva. Mi piace­va moltissimo il suo modo di camminare, con quei jeans stretti. Mi piaceva il suo motorino. Aveva­mo tutti e due la stessa passione: leggere Topoli­no. Ci scambiavamo i giornaletti, perché questo era un buon motivo per vederci più spesso. Era un amore platonico, semplice e puro. Anche in que­sto caso mamma mi bloccasti subito “non bisogna fidarsi dei ragazzi”, dicevi. Poi mi hai parlato di sesso: “l’amore è doloroso e la prima volta non certo una bella esperienza”. Mentre mi spiegavi tut­te queste cose avevi un’aria dolce. Lo so che non volevi ingannarmi e tanto meno angosciarmi. Quello era il tuo modo di esprimerti. Però io ci pensa­vo. Cristo, se ci pensavo! 

 

Cap II°

 

Più passavano gli anni e più litigavamo e meno ci capivamo. Quante te ne ho combinate!

Ero veramente una ribelle, te ne do atto. Ho passato momenti difficili e grigi, per non dire ne­ri. Da una parte papà con le sue idee, con le sue teorie sulla vita, convinto che le religioni del mon­do sono semplicemente corsi di addestramento per insegnare ai fedeli a morire. Dall ’altra parte il be­ne che mi insegnavi tu: Dio, l’amore... Quando an­davo in chiesa sentivo frasi come questa: “Quan­do verrà la mia ora, giudica ti prego non il bene che ho voluto, ma il desiderio immenso di volerne ”.

In casa mi trovavo fra due fuochi: di qua o di là. Se uscivo di casa era come se entrassi in un cam­po minato. Io volevo capire, conoscere. Fu così che cominciai a frequentare certe compagnie; in breve partecipai a tante attività e feci le mie prime espe­rienze di vita. Non era ambizione di arrivare, pre­potenza, io volevo conoscere, sapere.

Lavoravo saltuariamente come baby-sitter. Nel tempo libero andavo a vendere album per foto che mi facevo arrivare dalla Germania, di contrab­bando.

Il sabato mattina partivo per andare a lavorare in una gelateria. Ritornavo a casa domenica sera stanca morta, ma contenta. Tu, mamma, dicevi che era stupido lavorare tanto. Ma non sai quante co­se io abbia imparato in quel periodo. Andavo in qualsiasi posto mi chiamassero e facevo qualsiasi cosa ci fosse da fare. Organizzavo insieme ad altri ragazzi corse campestri e altre gare, gite, festiccio­le. Aiutavamo anche ragazzi drogati. Poi, con al­tre tre amiche, facemmo centinaia di statuine in ges­so. Le colorammo e verniciammo, per poi vender­le di casa in casa. Spedivamo poi ciò che guada­gnavamo ad una missione italiana in Columbia. Tu, mamma, mi facevi capire che starmene a casa dopo otto ore di lavoro era comodo e dignitoso, dato che la gente diceva che ero sempre a zonzo. Ma tu, perché non hai mai detto loro dove andavo e cosa facevo realmente? Io ero pulita e contenta di me stessa. Finisti di preoccuparti per me quan­do programmai le mie vacanze a Taranto.

Il nostro sogno stava per realizzarsi.

Arrivai alla stazione in ritardo tanto che Mari­na e Laura mi corsero incontro quasi arrabbiate:

“Sei matta? E mezz’ora che ti aspettiamo! ormai pensavamo che tu non venissi più! Accidenti a te e alla tua puntualità!” Mi scusai, anche se la colpa del ritardo non era del tutto mia. Avevamo tut­te e tre un nodo alla gola. Per me non era il primo viaggio, ma era il primo verso il Sud.

Sud, terra di sole e mare. Questo pensiero mi mandava al settimo cielo. Era agosto. I vagoni era­no stracarichi di gente. Trovare un posto libero era come trovare una fontanella d’acqua fresca nel bel mezzo di un deserto.

Cosi ci stendemmo per terra nel corridoio. Quando mi svegliai guardai Marina e Laura che erano ancora assopite. Mi accesi una sigaretta. Guardai fuori dal finestrino. Laggiù c’erano tante luci. Sicuramente doveva essere un paese. Era così bello! Anche il treno rallentava ed io approfittai per svegliare Marina e Laura: “Svegliatevi e guar­date fuori”, dissi. Stancamente si alzarono e guar­davano. Ad un tratto Marina mi abbracciò: “So­no tanto felice, Valentina!” Quel gesto mi commos­se, ma non lo feci capire. Passammo la notte am­massati nel corridoio. Non si poteva certo dormi­re. Non pensavo a niente. Mi lasciavo cullare dal rumore del treno.

Ci colsero le prime luci dell’alba e mi accorsi di avere fame. Durante la notte avevo fumato tan­to che il primo boccone inghiottito fece un tonfo nello stomaco. Stavo terminando il panino quan­do Marina mi fece cenno con la testa. Anche Lau­ra fece una smorfia di disgusto. Una famiglia stava tranquillamente banchettando con pane e sala­me . La tribù era composta da una vecchia, una donna, un vecchio, un uomo e quattro marmoc­chi. Il più grande, avrà avuto otto anni, non smet­teva di pulirsi il naso, gli altri due giocavano tiran­dosi pezzi di pane. Il più piccolo aveva le mutande che arrivavano alle ginocchia. Da come dondola­vano sembrava che contenessero roba poco simpa­tica, il vecchio stava tagliando a fette una grossa forma di pane rotonda come una pietra, che poi divideva con gli altri. Mentre distribuiva i viveri ogni tanto si grattava i piedi nudi per poi continuare a tagliare pane e salame.

Ecco..., dopo aver visto questa scena non riu­scivo a mandar giù l’ultimo boccone. Mi sembra­va che il panino odorasse di tutto fuorché di pro­sciutto. Cercai perfino di immaginare di trovarmi nel più lussuoso e pulito ristorante di Parigi, men­tre camerieri in guanti bianchi mi servivano panini imbottiti di prosciutto. Niente, non andava giù.

Anche se non guardavo più nello scompartimento, immaginavo tutto.

 

Dal treno si poteva vedere fuori molto bene adesso. Lunghe distese di terra con l’erba alta e secca, a tratti vigneti, poi chilometri e chilometri di pianura. La terra era di color rosso. Quello che più mi colpì fu che c’era solo terra e basta. Di tanto in tanto si vedeva un olivo che quasi stonava e fa­ceva pena in mezzo all’immensa pianura rossa, co­sparsa qua e là di pietre sotto il sole cocente. Ogni tanto vedevamo casupole costruite con pietre, i trulli.

Ci chiedevamo chi potesse mai abitare in quel deserto di fuoco e di solitudine. Eravamo così pre­se ed intente ad osservare che nessuno parlava. “Se guardo fuori mi sento strana e non vedo l’ora di arrivare’’, dissi.

Marina ci indicò uno spiazzo fra le pietre. Pen­sai che in quel posto la temperatura doveva rag­giungere i 600 all’ombra. “Vogliamo abbronzar­ci’’ disse Marina ‘‘no?’’.

Dopo diciassette ore di viaggio arrivammo alla stazione. Ci guardammo in faccia. Marina e Lau­ra avevano la faccia bianca, gli occhi piccoli ed infossati e puzzavamo come capre. “Sembriamo usci­te da un campo di concentramento”, dissi.

“Sbrighiamoci ad arrivare che ho una gran voglia di farmi una doccia fresca. Se sto così ancora un po’, sarò vittima dei pidocchi!”, esclamò Lau­ra preoccupatissima.

Appena fuori dalla stazione c’era un piazzale con bus, corriere ed altri mezzi che portavano gente ai vari paesi. Restammo esterrefatte quando uno, due, tre, quattro uomini, ci vennero incontro chie­dendoci dove volevamo andare ed offrendosi di ac­compagnarci con la macchina. Presumevamo fos­sero taxisti, anche se non avevano niente in comu­ne con un vero taxista.

Un ometto dai capelli nerissimi e ricci, dal viso abbronzatissimo che si perdeva dietro due grandi baffi, si avvicinò a Laura, le prese lo zaino e disse:

“Signorine, venite?  “ Non ebbe il tempo di fi­nire la frase che sentii una stretta al braccio: mi gi­rai. Era un uomo sui sessanta anni. Quando lo guardai mi sorrise; ma quel sorriso si spense subi­to perché lo fulminai con un’occhiataccia.

Ritirò subito la mano dal mio braccio e, cer­cando di darsi un contegno, mi disse: “Pensavo che aveste bisogno di una persona che conosce la cit­tà. Io sono l’unico che la conosce bene” concluse. Non risposi.

Eravamo tutte e tre in imbarazzo. Stavamo di­scutendo e avevamo quasi deciso per l’uomo dai grandi baffi quando si avvicinò un omone alto, grosso, con la barba e i capelli biondi. Senza nep­pure sapere il perché, istintivamente, decidemmo per lui. Laura disse: “Noi dobbiamo andare in cen­tro a Taranto.” Gli elencò la via, il numero ed il nome della pensione che avevamo prenotato. L’omone senza dir nulla, prese due nostre valigie e le caricò sulla sua auto. Lo seguimmo e salimmo. Solamente Marina si sporse dal finestrino e disse agli altri: ‘‘Se volete, potete venire anche voi!’’. Mari­na colse il nostro disappunto e si mise a ridere. Ad un tratto la sua euforia terminò e ci disse: “Ma di che cosa avete paura?” Marina continuò “Ah, che bello!” mentre si toglieva i jeans per mettersi i cal­zoncini corti. E lo fece in macchina, con la disin­voltura che avrebbe usato se fosse stata in bagno da sola.

Laura disse: “Vuoi vedere che questa volta ci rispediscono dentro una bara con sopra scritto:

«Ammazzate perché - spudorate erano - e beffati ci hanno!»” Mentre fantasticavamo l’autista im­boccava strade e vicoli stretti. Finalmente arrivam­mo alla sospirata pensione. Scaricammo mentre Marina pagava il taxi.

La camera prenotata era molto ampia. C’era una sola finestra. Eravamo al decimo piano e, guar­dando fuori, si poteva ammirare uno spettacolo af­fascinante. Ai nostri occhi si offriva prepotente la città con le sue strade e i suoi grandi palazzi e so­pra ogni palazzo un terrazzone dove le donne sten­devano la biancheria. Sembrava che questi palazzi avessero un loro ombrellone per ripararsi dal sole, tanta era la biancheria distesa sopra. Avevamo una camera grande e due servizi, ognuno con doccia. Marina ne approfittò subito per farsi una doccia; Laura si mise quasi in libertà, restando con i soli slip. Mi sdraiai sul letto. Guardavo il soffitto e non pensavo a niente. Ero talmente assorta dalla mia pace interiore che quando sentii una vocina parla­re mi sembrò lontanissima.

Era Laura che mi stava chiedendo quando sa­rebbero arrivate le ragazze di Taranto conosciute un anno prima a Roma. Avevo promesso loro che l’anno seguente sarei andata a trovarle e infatti... Laura voleva sistemare i bagagli prima che arrivas­sero. ‘Si sta così bene qui che non ho voglia di al­zarmi. Mi alzerò solo quando Marina avrà finito di fare la doccia e poi la farò anch’io”, dissi. Ma­rina usci dal bagno con la faccia gioiosa, cantan­do a squarciagola. “Questa sera voglio andare a ballare!”, esclamò. Io e Laura ci guardammo in faccia. Avevamo lo stesso pensiero. Dove voleva mai andare quella, dopo un simile viaggio? Mi al­zai dicendo: “Okay, questa sera andiamo a balla­re.’’ Laura continuava a fissarmi silenziosa come per dirmi: “anche tu stai impazzendo.” Marina lan­ciò l’asciugamano in aria, mandando un grido: “Fi­nalmente le «matusa» si danno da fare!” Eravamo state pazze ad andare in discoteca quella sera. Tornammo alla pensione sfinite, ma non si riusciva a dormire tanta era l’afa. Così ci mettemmo a tavolino con carta, penna e carta geo­grafica per preparare l’itinerario per l’indomani. C’erano un sacco di cose da fare e da visitare. Sen­tivo gli occhi pesanti: infatti erano le tre e trenta. Ci addormentammo subito come talpe.

 

“Dai, svegliati!’’, non riuscivo a tenere gli oc­chi aperti. Mi incamminai verso il bagno e dopo una doccia fredda mi svegliai completamente. ‘Dai! Andiamo al bar!” ci disse Laura. Faceva tal­mente caldo che non si poteva mettere un vestito. Così uscimmo con shorts e maglietta. Stavamo camminando lungo il marciapiede quando alle no­stre spalle sentimmo un tonfo, come se qualcosa fosse caduto dall’alto, rompendosi. Che paura!! Guardammo per vedere cosa era successo. Una si­gnora dal settimo piano aveva buttato dalla fine­stra una bottiglia di vetro. “Ma non è l’ultima se­ra dell’anno che buttano giù la roba dalle finestre?” chiesi. “Probabilmente per loro, ogni giorno è S. Silvestro’’, rispose Marina.

C’erano in città anche giardini molto belli, ma nella maggior parte regnava l’erba alta e secca. Fra quest’erba c’erano bottiglie, barattoli, stracci, pannolini, pezzi di anguria e, ultimo tocco di raffina­tezza, dei vasi da notte, I bambini li usavano per giocare al pallone. Dopo un po’ anche noi ci era­vamo abituate a buttare le carte per terra. “Scom­metto che se getto una carta nel cestino delle im­mondizie, mi arrestano”, commentò Marina.

Arrivate sulla soglia del bar, sentimmo un “buon giorno!” detto in inglese. Mi guardai attor­no per vedere a chi si rivolgeva quel saluto. Non c’era nessuno, tranne noi tre. Il cameriere, veden­do che nessuno aveva risposto, ci venne incontro:

‘‘Guten Tag, Fraeulein, schoenes Wetter, heute!” Questa volta parlava tedesco e per di più con ac­cento meridionale che ci fece fare una gran risata. ‘‘Scusi, noi siamo italiane!’’, specificai. “Ah!, mannaggia, vi avevo scambiato per turiste stranie­re!”, si scusò lui. Dopo aver bevuto il caffè e man­giato brioches pagammo lire quindicimila ringra­ziando Dio di essere nate italiane, altrimenti chis­sà quanto ci avrebbe pelato quel “burino”.

Ci avevano scambiate per turiste straniere più volte. Il portinaio della pensione ci spiegò che l’e­quivoco era dovuto al colore chiaro dei capelli, al­la pelle chiara e all’altezza. ‘‘Le nostre ragazze”, continuò “Non vanno in giro con shorts.” “Beh!, lasciamo perdere’’, dissi.

 

I giorni trascorrevano velocemente. Ne combi­navamo di tutti i colori. Vivevamo giornate gioio­samente piene. Il mare era così limpido che nei pun­ti più bassi si intravvedevano i pesci sul fondale. Poi ci stendevamo sugli scogli ad abbronzarci e in pochi giorni la nostra pelle cambiò colore. Ogni tanto lasciavamo la città per raggiungere i paesi in collina, con tanti vigneti, dove mangiavamo l’uva. Quante corse fra quei vigneti e quegli uliveti !

I contadini del luogo ci offrivano vino che, do­po un bicchiere ci faceva girare la testa. Le donne, che lo sapevano, ci accompagnavano in cucina dove ci avvolgeva un odore di pane e di pizza fatta in casa. Mi sembra ancora di sentire quel buon sapo­re di pane appena sfornato....

Visitammo il centro storico, musei, biblioteche, acquari, castelli, negozi...

Chi lo avrebbe mai immaginato? La sera an­davamo a mangiare nei ristoranti di lusso: “Crepi l’avarizia”, dicevamo. Quando rientravamo i no­stri letti ci accoglievano sfinite, ma contente, tan­to contente che prima di addormentarci avevamo ancora la forza di pensare a cosa avremmo fatto il giorno dopo. Purtroppo i giorni volarono e do­vemmo salutare gli amici. Eravamo di nuovo alla stazione, ma per il ri­torno questa volta.

Ringraziammo il mare, gli scogli, le verdi colli­ne, gli oliveti, i contadini, quel cielo bianco, quell’aria che odorava di sale e di pane fresco, quei lun­ghi viali alberati, accompagnati da quella brezza che sapeva di mare e di vita, quelle vecchie barche che non muoiono mai. Lasciammo i pescatori che amano il mare come un figlio, quelle donne le cui rughe sul viso esprimono il duro sacrificio di una vita donata alla famiglia, ai figli, ai mariti, alla terra che amano profondamente. Quel piccolo mondo era tanto ricco di umanità e ci regalò otto giorni di pace, di serenità e di spensieratezza.

 

 

CAP. III

 

 

Il          mio “tarlo’’ era capire perché volevo tanto bene a mia madre e nello stesso tempo perché non riuscivamo a comprenderci. Ero turbata da vari in­cubi, specialmente dopo certe liti. Una volta mam­ma disse una frase: “Fai quello che vuoi, ma se ti succede qualcosa la responsabilità sarà tutta tua”. Tante volte penso che queste parole mi sono state utili.

Mi sdraio sul letto. Un sonno profondo mi av­volge, mi entra nei cervello, s’impossessa del mio corpo. Combatto. Mi dispero incapace di reagire. Il mio corpo si muove con tormento. Il mio cer­vello segue l’ombra nella sua assurdità, nella sua fantasia, nella sua immensità. Buio, silenzio. Apro gli occhi. Quell’ombra nera non cè più. Illusioni. Un’altra ombra mi chiama. Eun’ombra chiara, pungente, è ombra della realtà. Tu sei l’ombra che mi sta appiccicata come la pece, che mi fa morire e vivere. Non mi hai mai accettata per quello che sono, ma per quello che dovevo essere Io con le mie esperienze negative e positive. Io con i miei mille amori ed un solo vero amore.

 

Io dolce

lo nervosa

Io stupida

Io vagabonda

Io grande

Io piccola

Io nata per sbaglio

Io che voglio vivere

Io smemorata

lo che non vorrei essere mai nata

lo simpatica

Io antipatica

Io atea

Io che vorrei credere

Io incoerente

Io egoista

Io altruista

Io sensibile

Io che soffro

Io che piango

Io missionaria

Io che rido

Io forte

Io debole

Io triste

Io allegra

Io che fumo per morire

Io che bevo latte per disintossicarmi

Io così perché sono così

Io tutto

Io niente.

 

Non giudicare. Per una volta, in silenzio, ac­cettami come sono realmente, come faccio io. Per­ché delle volte ti odio; perché quando litighiamo ci offendiamo, perché quando ti voglio bene è un bene profondo, perché solo la tua comprensione ha dato spazio ai miei bollenti sfoghi.

Perché nel tuo piccolo sei GRANDE.

Un giorno vidi mia nipote piangere disperata­mente. “Se vado da nonna Giacomina per giocare con Susanna” - mi disse - mi sgrida perché non devo toccare questo o quello e devo sempre star ferma. Se la mia amica viene qui, la nonna brontola per­ché ci sporchiamo. Dove gioco io?” - Mi venne un nodo alla gola. “Giocate con le bambole o andate a fare un giro in bici!’’, dissi. “Si! Le bambole; non possiamo nemmeno togliere i vestiti alle bam­bole. La nonna dice che non stanno bene nude. Se andiamo in bici dove possiamo correre? In piazza no perché è pericoloso, in giardino nemmeno per­ché roviniamo i fiori...”

Cominciai a lavorare in una casa per autoge­stiti . Non era la prima volta che vi entravo ma que­sta volta appariva tutto diverso. Attraversai  i lunghi corridoi respirando ansiosamente. Continuavo a camminare assorbendo quel silenzio diverso dai soliti. Era un silenzio che sapeva di morte. Ad un tratto sentii delle voci venire da una stanza. D’i­stinto aprii la porta e mi apparve una grande sala con tavoli, vidi persone curve, stanche, con visi pie­ni di rughe e vestiti di scuro. Sentii i loro sguardi su di me ma era come se non mi vedessero. Con un filo di voce dissi: “Dio mio, che disperazione!”. Mi feci forza appoggiandomi alla porta ormai chiu­sa. Non era giusto che la vita fosse stata così cru­dele. Non era giusto che un uomo avesse fatto la guerra, sofferto la fame, lavorato una vita, messo al mondo figli per poi trovarsi in un posto come quello. Con un immenso sforzo rifiutai questi pen­sieri. Uscii. E presi una decisione molto importan­te. Durante la nostra vita noi impariamo qualco­sa, ma questa volta volevo apprendere ad amare.

Quella gente non aveva bisogno di pastiglie ma di amore. Ero talmente presa che cominciai a tra­scurare gli amici. Non m’interessava più leggere, suonare la chitarra, pattinare, uscire con gli amici tutte le sere fino alle ore piccole. Non andavo più in discoteca. Ma DONARE è più difficile di quel che si pensa. Capii in seguito che il mio donare era RICEVERE. L’egoismo non esisteva nel cuore di quella gente vestita di scuro, ma solo in noi che vivevamo all’esterno. Dio ha donato loro la saggez­za e l’amore in cambio di tutti i sacrifici passati. È una ricompensa che noi, condizionati, non riu­sciamo a capire. Dopo un lungo periodo di lavoro nella casa di riposo, sentii il desiderio di riallaccia­re le vecchie amicizie e di riprendere gli svaghi di un tempo. Ma ora vivevo la mia gioventù in modo diverso. Cominciavo a scoprire valori, ed amarli.

 

 

CAP IV

 

Quel giorno era il compleanno della nonna. Da quando era morto il nonno, nonna non aveva da­to più festicciole in suo onore, anzi sembrava che tutti se ne fossero dimenticati. Fui presa da un mo­mento di tristezza, così verso sera, mi presentai a casa della nonna con una bella torta di fragole che a lei piaceva tanto. "Auguri, nonnina!", dissi ab­bracciandola. Sembrava commossa. Sul tardi tele­fonarono anche i miei genitori e mia sorella dalla Germania per fare gli auguri alla nonna. "Meno male, se ne sono ricordati", mi dissi. Mio fratello era momentaneamente in Italia, ma fuori casa per affari suoi, la nonna disse che passava l'indoma­ni. Restai con la nonna a dormire.

La mattina dopo sentii un gran colpo: la non­na era venuta nella mia camera, aveva aperto fine­stre e balconi e gridava gioiosa: "Su, svegliati, guar­da che bella giornata!" lo aprii un occhio, e piano piano cominciai ad alzarmi: ero mezza intontita dal sole che mi batteva in testa. "Dio! Come è piace­vole svegliarsi a casa della nonna, mi sembra di es­sere tornata bambina!" , esclamai. Scelsi un pessi­mo abbigliamento e me ne resi conto soltanto quan­do terminai di vestirmi. Avevo indossato jeans bianchi troppo consumati, una grande camicia a quadri, sopra un maglione tanto largo da starci den­tro tre volte ed una casacca da naja, quella che ave­vo fregato tempo fa a mio fratello, ed infine scar­pe da ginnastica.

Andai in cucina, mia nonna mi preparò un bel caffè bollente. La mattina non c'era niente che po­tesse farmi piacere come una grande tazza di caffè nero. Mentre sorseggiavo il caffè, buttai un'occhia­ta alla sveglia che stava sulla credenza proprio di fronte a me: mi venne quasi un colpo e per poco non mi andò di traverso il caffè. Mi alzai e chiesi:  "Ma nonna, perché buttarmi giù dal letto alle set­te del mattino?" "Con una giornata così bella co­me si fa a stare a letto fino a tardi! E poi, me lo avevi detto tu di chiamarti presto!" disse. "Avrei piacere che tu ti alzassi, anche perché andrò da mia sorella