IL BARBONE

 

Già da qualche giorno piove e il cielo è sempre più grigio. In gelateria ci sono pochi clienti io ed i miei colleghi, dopo avere fatto brillare il locale, non sappiamo più come ammazzare il tempo. Anche il titolare ha preso coscienza di questa situazione ed ha deciso di dare libera uscita a me ed a Antonio fino al mattino dopo.

Mi piacerebbe fare una pas­seggiata in centro città, o al parco, un salto in libreria, o magari qualche spesuccia ai grandi magazzini. Adesso non piove più e dopo tutti i bei propositi per riempire questo tempo libero, non so cosa fare, e mi ritrovo a bighellonare fra i tanti negozi dentro la stazio­ne ferroviaria.

La mia curiosità viene attrat­ta da uno che, dentro un pic­colo chiosco, con un coltello taglia a fettine fini un grosso pesce matjes, tipico deL mare del nord, poi affetta molto sottile una cipolla bianca e mette tutto, crudo, dentro un pani­no. Osservo un ragazzo: da come lo mangia, deve essere appetitoso. Con coraggio ne compro uno, sinceramente il  gusto non è male, anche se odore non mi esalta.

“Tu non sei di qui”, mi sento dire da un signore che se ne sta seduto in un angolo sul freddo pavimento. “No, sono italiana rispondo “Non vieni neanche da una zona di mare, si capisce da come mangi con aria sospettosa quel pesce crudo”, continua “E vero, sono nata e cresciuta in mon­tagna, ma questo non vuol dire niente” replicai perplessa. “Questo vuoi dire tanto insi­ste quell’uomo. Poiché conti­nuava a fissare il mio panino, propongo di offrirgliene uno.

“Dammi il tuo “. Non scherzava, così gli pongo fra le mani il panino. Era veramente bello vederlo mangiare quel pesce e cipolla con gusto. Da una borsa di plastica tira fuori due bottiglie di birra, le stapp a e me ne offre una, non so bere diretta­mente dal collo della bottiglia così va a finire che me ne rove­scio addosso e devo essere ridi­cola bagnata di birra per far ridere così il signore.

Mi meraviglia questo rap­porto confidenziale nato da pochi minuti fra due estranei. ‘Dove stai andando?” mi chie­de, mentre si sta alzando in piedi, “a fare un giro” rispon­do vagamente. Sono incuriosi­ta da quest’uomo, impossibile definire la sua età, forse ses­santa, forse quaranta, probabi­le anche sui trent’anni.

Ha i capelli che gli coprono le spalle, una lunga, folta barba color granoturco con dentro qualche filo grigio e due lucenti, grandi occhi azzurri. Provo una forte emo­zione; è ammirazione. Ho l’impressione di trovarmi di fronte a Gesù Cristo o ad un vichingo. In silenzio usciamo dalla stazione, raggiungiamo il parco più vicino, ci sediamo sulla panchina di cemento.

Un luccicante raggio di sole filtra dai grigi nuvolosi . “Che cosa fai nella vita?” mi chiede. “La gelataia” mi entusiasma raccontargli le nostre tradizio­ni di gelatieri in Germania, alla fine mi scuso per essermi lasciata prendere dalla passio­ne nel raccontare. “No no, non ti devi scusare, mi piace chi è orgoglioso del proprio lavoro,

e mi è venuta voglia di un gelato italiano”.

Dall’altra parte della strada vedo una gelateria con all’esterno una bandiera italia­na sventolante. Si! Sono pro­prio, quasi, miei paesani, lo capisco da come parlano il dialetto fra loro.

Cioccolato e vaniglia per me, tutto nocciola per mio nonno, così dice la gelataia, porgendo il gelato al mio ospite. Tranquillamente passeggio, assaporando il gelato. Sembra che il tempo si sia fermato.

Da un grande cartello pub­blicitario esposto fuori da un cinema leggiamo: ein unmora­lisches angebot “saranno venti anni che non vedo più un film” dice l’uomo “Andiamo a vederlo!” •rispondo felice di questa mia incondizionata proposta. L’uomo accetta che gli offra l’entrata al cinema.

In sala, seduti uno accanto all’altro, anche se mi rendo conto che il mio compagno ha bisogno di una doccia, mi trovo a mio agio al suo fianco mentre guardiamo insieme “proposta indecente”. All’usci­ta del cinema, sotto le luci colorate delle tante insegne luminose, ci salutiamo con una stretta di mano. “Fatti guidare sempre dai tuoi senti­menti e considera anche quelli degli altri”. Sorride e piano piano si incammina verso la stazione, la sua casa. In quel momento mi rendo conto che non conoscevo il suo nome.

Lo ricorderò sempre come l’uomo che, con le sue poche parole, lascia spazio ai senti­menti e alle emozioni.

 

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